Che cos’hanno in comune un’aspirapolvere degli anni ‘70 e i tool di intelligenza artificiale nelle organizzazioni?

Che cos’hanno in comune un’aspirapolvere degli anni ‘70 e i tool di intelligenza artificiale nelle organizzazioni?
Dal Paradosso di Cowan all'Intelligenza Artificiale: come lo sviluppo tecnologico ridefinisce il nostro lavoro

AI sycophancy: qual è il rischio di sentirsi dire sempre sì?

Ci avevano promesso che l’Intelligenza Artificiale ci avrebbe liberati. Ci avevano detto che, delegando i compiti a basso valore aggiunto alle macchine, avremmo finalmente guadagnato quello spazio sacro ed inestimabile chiamato “tempo di pensiero”. Eppure, se guardiamo alle nostre agende oggi, la realtà è ben diversa. 

Per capire esattamente cosa sta succedendo nelle nostre organizzazioni con l’adozione massiva dell’Intelligenza Artificiale Generativa dobbiamo fare un salto indietro nel tempo di circa settant’anni e guardare alla storia di un oggetto insospettabile: l’aspirapolvere. 

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale in azienda: la trappola dell’iper-produttività

Negli anni ’50, l’arrivo degli elettrodomestici di massa prometteva una rivoluzione senza precedenti per le casalinghe: dimezzare il tempo dedicato ai lavori domestici. Il risultato reale, tuttavia, fu spiazzante: il tempo impiegato per la cura della casa rimase esattamente lo stesso, se non superiore. 

La storica Ruth Schwartz Cowan studiò a fondo questo fenomeno, coniando quello che oggi conosciamo come il Paradosso di Cowan. La tecnologia non aveva liberato tempo, ma semplicemente alzato gli standard. Poiché pulire era diventato più facile e veloce, ci si aspettava improvvisamente che le case fossero immacolate ogni giorno, che i vestiti venissero lavati ad ogni utilizzo, che i pavimenti brillassero costantemente. Il tempo guadagnato veniva immediatamente assorbito da aspettative più alte.

Oggi, nelle nostre organizzazioni, sta accadendo esattamente la stessa cosa, ma con l’Intelligenza Artificiale al posto dell’aspirapolvere.

La promessa era identica: l’AI avrebbe liberato i professionisti dai compiti ripetitivi, restituendo loro tempo per pensare, creare e costruire relazioni. E in parte è vero, l’AI può semplificare, velocizzare ed ottimizzare diverse task, ma il risultato netto sulla vita delle persone nelle organizzazioni sta rispecchiando fedelmente quello che Cowan aveva osservato decenni fa nelle case.-

AI Generativa e aumento delle ore di lavoro: lo studio di Berkeley 

Uno studio dell’Università della California Berkeley lo ha documentato con precisione. Le ricercatrici Aruna Ranganathan e Xingqi Maggie Ye hanno osservato per otto mesi un’azienda di duecento dipendenti analizzando l’impatto reale dell’introduzione degli strumenti di AI generativa. I risultati raccolti hanno dimostrato che l’uso di chatbot e altri modelli aveva effettivamente semplificato, migliorato e velocizzato molti compiti quotidiani, ma allo stesso tempo i dipendenti hanno iniziato a lavorare ad un ritmo molto più veloce, svolgendo un numero maggiore di mansioni e finendo per lavorare per più ore complessive. E tutto questo senza alcuna pressione dall’alto. 

È qui che il parallelismo con Cowan diventa più nitido. Così come l’aspirapolvere non ha liberato le casalinghe ma ha semplicemente ridefinito cosa significasse una casa pulita, l’AI non sta liberando i professionisti, ma ridefinendo cosa significhi un lavoro fatto bene. Se un tempo redigere un report complesso richiedeva una settimana, quei sette giorni erano il tempo necessario e la consegna era il traguardo. Oggi, se l’AI permette di strutturare lo stesso report in mezza giornata, quei quattro giorni e mezzo non diventano spazio per pensare, ma per produrre altri nove report, per aggiungere grafici più sofisticati, per affinare le presentazioni o per rispondere ad un volume esponenzialmente maggiore di email. 

La soglia di ciò che consideriamo un lavoro accettabile si è alzata, assorbendo completamente il tempo che la macchina aveva teoricamente liberato. Cadiamo così nella trappola dell’iper-produttività: produciamo enormi quantità di output, ci sentiamo incredibilmente efficaci, ma rischiamo di perdere di vista l’outcome, ovvero il vero valore e l’impatto reale di ciò che stiamo creando.

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Come possiamo, dunque, evitare che la più grande rivoluzione tecnologica del nostro secolo si trasformi in un’accelerazione senza direzione? La risposta richiede un profondo cambio di paradigma da parte della leadership e dei professionisti stessi.

Non possiamo lasciare che l’integrazione dell’Intelligenza Artificiale sia guidata solo dall’inerzia dell’efficienza tecnica. Se l’AI ci regala tre ore di tempo risparmiato su un’attività di routine, quelle tre ore devono essere difese con forza, per non diventare uno spazio vuoto da riempire immediatamente con nuove micro-attività o con una rincorsa ossessiva alla perfezione.

Quel tempo deve essere intenzionalmente protetto e riallocato verso ciò che le macchine non sanno fare: coltivare l’empatia, ascoltare attivamente i colleghi, costruire relazioni di fiducia, navigare la complessità emotiva di un team e, soprattutto, farsi le domande giuste per immaginare il futuro dell’organizzazione