Gestire team e culture internazionali con il Coaching: Ritratto di Michele Casamassima

michele casamassima
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Le numerose esperienze da manager di Team internazionali che Michele Casamassima ha collezionato prima di ricoprire il ruolo di Executive Business Coach, hanno contribuito fortemente allo sviluppo di uno stile di Coaching ben preciso. Un profilo, il suo, che deriva da una un’idea di Leadership fondata sull’apertura a ciò che è diverso e sull’ascolto. Abbiamo incontrato Michele per parlare del suo percorso di carriera, di come nel suo lavoro di manager ha tratto beneficio dall’applicazione di comportamenti di Coaching, per merito dei quali, entrando nella cultura dei luoghi in cui ha vissuto, ha compreso profondamente le persone con cui ha lavorato.

Michele ci ha dato appuntamento in tarda mattinata per la nostra videocall.

Quando la videocamera si accende, prima ancora di vedere Michele, notiamo un bellissimo soffitto in legno. Dalle finestre entra una luce bianco latte, tanto da fare male agli occhi. Distinguiamo nitidamente il rumore del vento che sferza fuori e fa sbattere impetuoso le persiane.  

«Le travi della mia mansarda colpiscono sempre» ci confessa Michele Casamassima, Executive Business Coach di Performant by SCOA «ma in Umbria è uno scenario molto diffuso». 

Michele ci accoglie e ci accompagna in un Tour virtuale di quello che negli ultimi mesi è diventato a tutti gli effetti il suo studio. L’ambiente riecheggia di oggetti, fotografie, e stampe provenienti dall’Ucraina, dal Portogallo, dalla Spagna, dalla Turchia e dalla Svizzera, piccole memorie dei paesi in cui ha vissuto e lavorato.

«Ho viaggiato tanto» ci racconta «ma il baricentro che equilibra tutti i luoghi in cui ho vissuto rimane Perugia, la città in cui sono nato. Viaggiare è stata una costante nella mia vita fin da piccolo, mi sono trasferito a Firenze con la mia famiglia quando ero ancora un bambino e la tappa successiva è stata Milano, dove ho studiato Economia Aziendale con specializzazione in Marketing alla Bocconi»

«Dopo la laurea» ci spiega «ho lavorato per multinazionali ricoprendo diversi ruoli, dal marketing, alle vendite, alla gestione di Country e Region – Indesit Whirlpool è stata la mia ‘dimora’ lavorativa per vent’anni – e non mi sono mai lasciato sfuggire l’opportunità di spostarmi geograficamente di sede in sede. In tutto credo di aver fatto 18 traslochi e vissuto in 5 paesi. Sono contento di aver visto così tanti posti e incontrato così tante persone diverse in giro per l’Europa… Speriamo si possa ricominciare presto a viaggiare come prima» ci dice sorridendo.

Essere capo in un nuovo paese: serve una Leadership che impari dal contesto

Chi ha vissuto esperienze all’estero, entrando in contatto con culture, formae mentis e tradizioni diverse, possiede «il senso della relatività: quella capacità di rendersi conto di come qualsiasi cosa, dal business alle opinioni, può essere vista in modi diversi». Chi ha vissuto queste esperienze tende ad essere più «cauto» e a guardare qualsiasi cosa sotto diverse prospettive. «Quando si lavora in un contesto estero è necessario capire che le regole che funzionano in un mondo non è detto che funzionino in un altro». 

Michele, divertito, ci racconta di un episodio vissuto a Kiev: «pensando di fare una cosa gradita a un mio collaboratore, gli dissi che avrebbe avuto un margine d’azione autonomo e che avrebbe potuto gestire il task affidatogli come meglio credeva. Lui rimase paralizzato da questa mia proposta di autonomia: per cultura era abituato a completare i suoi tasks senza libero spazio di interpretazione. Una Leadership efficace, soprattutto su contesti internazionali, prevede di capire questi sottili aspetti. Pena l’essere poco funzionali e il non riuscire a cogliere le sfumature tra culture e approcci al lavoro». 

Poi continua più serio: «La cosa che mi ha aiutato di più nel capire le dinamiche e i nuovi interlocutori è stato un atteggiamento di apertura, curiosità e umiltà. Le parole chiave sono state osservazione e ascolto. Pur avendo un ruolo da leader ed essendo un capo, è stato fondamentale non avere la pretesa di stabilire nuove regole non appena arrivato nella sede estera di un paese che non era il mio. Quello che ho imparato, infatti, è che una Leadership efficace cerca di capire prima le dinamiche interne, si prende del tempo per ascoltare, per vivere e fare propria una nuova cultura».

Dai pensieri di Michele emerge che arrivare nel nuovo posto di lavoro con dei format e metodi precostituiti è un mindset che spesso porta al fallimento. Prima di portare qualcosa di personale è fondamentale capire la cultura dell’altra persona e dell’azienda. Ci vuole umiltà, capacità di adattamento e soprattutto è necessario mettere i propri interlocutori nelle condizioni di aprirsi: «ascoltare significa stimolare l’espressione degli altri, soprattutto nei ruoli in cui devi dare dei messaggi espliciti: “mi interessa quello che dite”, “fatemi capire”, “ecco, raccontatemi, spiegatemi qui come funziona”». 

Dopo Indesit-Whirlpool, Michele ha proseguito la sua carriera in un’azienda completamente diversa: la Vorwerk, a Zurigo. «In questa fase mi ha aiutato molto il Coaching. Ero già entrato in contatto con questa pratica, e mi è stata utile per capire quali dei miei comportamenti potevano essere funzionali in quel contesto e qual era la cultura della mia nuova azienda. A Zurigo facevo parte del Board, ero spesso in riunione ma allo stesso tempo dovevo viaggiare in giro per l’Europa. In quel caso la sfida più grande è stata comprendere la cultura aziendale, più che quella del nuovo paese». 

L’esperienza del Coaching

«Come dicevo, il Coaching mi ha aiutato molto. Ne ho scoperto i benefici alla fine dell’esperienza in Indesit, quando ero ancora a Istanbul. Il mio primo confronto con il Coaching è stato da cliente: ero capo diretto di alcuni Country Manager che stavano facendo dei percorsi individuali e sono stato colpito da questa pratica per i risultati concreti che osservavo nelle persone di cui ero a capo. Mi stupì positivamente vedere nei loro comportamenti dei cambiamenti sostanziali».

Da lì, ha deciso di intraprendere un percorso di Coaching individuale. «Già dopo la prima sessione quello che mi sono detto è stato: l’avessi fatto prima! Il percorso di Coaching mi ha fatto riflettere su tante scelte, tanti comportamenti e tante cose con una lente diversa: mi sono reso conto dell’importanza della consapevolezza. Inoltre, mi piacque molto anche come disciplina, tant’è che da un percorso di Coaching individuale decisi di seguire dei corsi veri e propri, per poi concludere la mia formazione con il Programma per Senior Practitioner in Business Coaching di SCOA – The School of Coaching, che ho completato quando ero già tornato a lavorare come Senior Vice President Business Development nella nuova azienda, in Vorwerk». 

Quando si è presentata l’opportunità di entrare in Vorwerk «avevo già in mente di fare un’altra esperienza lavorativa in azienda, ma allo stesso tempo stava nascendo in me un desiderio di fare qualcosa di diverso… non molto tempo dopo, infatti, ho deciso lasciare il ruolo che avevo a Zurigo e di proseguire sulla strada del Business Coaching.

Devo dire che in Vorwerk ho riletto tutta la mia esperienza lavorativa con le lenti del Coach e mi sono reso conto che i comportamenti del capo-Coach erano già connaturati in me. Ho sempre tenuto moltissimo al mio team e ho dedicato tantissimo tempo alle persone con cui lavoravo. Forse questa mia attitudine era già una propensione all’approccio Coaching» dice sorridendo. 

Il Coaching come consapevolezza 

Il Coaching «ti rende consapevole del contesto, e prima di tutto di te stesso. Impari a vedere i comportamenti non tanto come giusti o sbagliati, ma come utili e funzionali rispetto all’ecosistema relazionale dove ti trovi; oltre che ad essere molto più attento ai tuoi automatismi, alle tue abitudini, cominci a metterti in discussione in un modo sano, produttivo, e consapevole». 

Michele stesso ha avuto tanti costi, tante difficoltà che probabilmente avrebbe gestito molto meglio se avesse avuto, sin dagli albori della sua esperienza, un approccio Coaching. «È per questo che mi sono detto “l’avessi fatto prima”: mi sarei risparmiato di perdere energie in azioni per cui non ne valeva la pena, e inoltre avrei fatto anche qualche scelta un po’ diversa, probabilmente». 

Le principali sfide del Leader di Team internazionali viste dalla lente del Business Coach

Un classico comportamento controproducente che Michele ha potuto notare nel corso della sua carriera è ritenere come validi a priori degli standard di comportamento, di metodo, di approccio sia da un punto di vista di business che di relazione.

«Nello stesso tempo, dopo aver compreso le specificità di ogni contesto, bisogna far sì che le diversità non creino complessità ma diventino anche un valore. È quindi necessario creare un frame, inteso come insieme di punti di riferimento. Ecco, questo è forse il fil rouge su cui ho sempre basato il mio lavoro!» riconosce Michele.

Guardando alla pratica di gestione di Team internazionali con la lente dell’esperienza e con le competenze del Business Coach, risulta che instaurare una relazione di business produttiva non può avvenire solo per procedure e funzioni aziendali. Creare dei chiari punti di riferimento per le persone, in termini di valori, significa dare risalto alle singole differenze e al contempo coordinare le diversità.

«Servono valori ma anche guidelines, obiettivi di lungo termine, metodologie da applicare e KPI di business. Questo significa gestire team internazionali: trovare un trade-off fra diversità e omogeneità che si concretizzi in linee guida in cui tutti si possono riconoscere. Sia dal punto di vista di business che di atteggiamenti, attitudini valori comportamenti».

Uno stile di Coaching in tre parole: condivisione, flessibilità, creatività

«Il mio stile è basato sui riferimenti condivisi con il Coachee. Innanzitutto, dedico molta attenzione a capire insieme al cliente quale sarà l’essenza del percorso che seguiremo. È fondamentale partire da alcune parole chiave: consapevolezza, cambiamento, azione, allenamento, responsabilità. Questa fase mi consente un approccio più flessibile, di adattarmi meglio alla situazione e alla persona che ho di fonte».

L’ingrediente delle emozioni e della creatività «non è l’asse portante del mio stile di Coaching, ma è quel quid che non può mancare. La creatività è come il sale in una ricetta: non posso esagerare con l’uso, ma se non me ne servo la pietanza non avrà sapore». 

Altro elemento fondamentale è la valutazione attenta degli aspetti di business e del contesto del Coachee: «ci dedico tempo. Non ho fretta di correre ai comportamenti prima di avere capito bene dove siamo. La fretta è cattiva consigliera sia per un manager che per per un Coach, a maggior ragione. Per me è fondamentale dedicare tempo a conoscere la persona e il contesto in cui si trova, prima di cominciare ad agire e a costruire piani di azione, perché poi esso rischia di essere debole e di non essere sentito pienamente dal cliente». 

michele casamassima

Chi è lui? Michele Casamassima

  • Professione – Executive Business Coach
  • Laureato in Economia Aziendale all’Università Bocconi, ha sviluppato la propria carriera in aziende multinazionali leader sia italiane che estere, ricoprendo posizioni di Senior Executive in ambito internazionale e maturando esperienze lavorative e di vita in numerosi contesti culturali e di business. 
  • Il proprio percorso professionale lo ha portato a vivere in numerosi paesi, fra i quali Ucraina, Portogallo, Spagna, Turchia, Svizzera. Ha iniziato ad apprezzare il Business Coaching durante la propria esperienza manageriale, osservandone l’impatto sulla performance ed i risultati delle persone e dell’organizzazione. 
  • Ha frequentato la scuola di Business Coaching SCOA – The School of Coaching nel 2015-2016 ottenendo il riconoscimento EMCC EQA Senior Practitioner.
  • Curiosità – È un appassionato di tennis, uno sport che ha molte similitudini con il Business Coaching. Ascolta musica rock: tra i suoi artisti preferiti ci nomina i Rage Against The Machine, i Pearl Jam, i Police e i Red Hot Chili Peppers, di cui compra ancora i CD. 
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