Siamo poco consapevoli del potenziale che c’è in noi: ritratto di Giada Tonelli

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Con il cambiamento, Giada Tonelli ci lavora da sempre. Lo ha studiato, osservato, supportato, vissuto in prima persona. Lo porta – possiamo dire – nella società, intervenendo a più livelli e in diversi contesti. Dapprima l’esperienza pluriennale in azienda nell’ambito delle Risorse Umane, durante il quale ha accompagnato dall’interno professionisti, team e intere organizzazioni in momenti difficili, fasi di transizione, fusioni e acquisizioni. Poi il Business Coaching e la Psicologia dello Sport, due discipline in cui “cambiamento” è la parola d’ordine, la finalità esplicita. Una storia professionale e personale molto ricca: ci racconta quali passioni hanno mosso le sue scelte e il significato che queste hanno avuto nella sua vita, ma soprattutto come queste la aiutano nel suo lavoro di Business Coach.

Attorno al tavolo di legno posizionato al centro di una grande aula, ciascuno sulla sua sedia, ci sono quindici manager che aspettano. Alcuni chiacchierano tra di loro, altri guardano il telefono, altri ancora leggono le e-mail ingannando il tempo. Improvvisamente la porta si apre: entra una donna che cammina a passo sostenuto sui tacchi alti, sprigionando energia da tutti i pori. Sta per iniziare una sessione di Group Coaching, quel tipo di percorso in cui Giada Tonelli è estremamente forte e dà il meglio di sé, proprio per questa capacità di coinvolgere e travolgere con la sua energia. La stessa energia che trasmette a noi, non appena la incontriamo: ci accoglie con il suo sorriso smagliante, che colora immediatamente tutta la stanza.

«La mia è una storia variegata – ci dice subito – ma se devo pensare ad una caratteristica che mi contraddistingue è la contaminazione tra le cose che faccio. Ho preso diverse qualifiche, mentre ero ancora in azienda: prima quella di Business Coach, poi quella di Psicologa dello Sport».

Una scelta, quest’ultima, che ci incuriosisce molto, e così le chiediamo subito di più. Giada ci spiega di essere cresciuta in una famiglia di sportivi: «nessuno particolarmente eccellente, ma tutti molto motivati e appassionati!» dice ridendo. «Io anche sono una vera e propria onnivora a livello sportivo, poi in alcuni sono più competente in altri meno, ma in generale adoro lo sport. Lo psicologo dello sport lavora sulla performance: proprio in questa mia passione così ho visto la possibilità per me molto attraente di vedere la performance da un vertice osservativo nuovo, diverso da quello dell’HR e, sotto certi aspetti, anche del Business Coach. In realtà comunque i diversi approcci si contaminano a vicenda, quando lavoro come psicologa dello sport traggo spunto e stimoli che poi porto nel mio lavoro di Business Coach, e che influenzano il mio stile di Coaching».

Due ambiti infatti apparentemente distanti, quello dello sport e quello dell’azienda, ma che come anche Giada ci conferma, presentano più parallelismi di quanto si possa pensare.

«Con la psicologia sportiva si lavora sulla rimozione delle barriere, sulla gestione dell’errore e dell’ansia da prestazione, sulla cosiddetta fear of failure or fear of success – tutte tematiche perfettamente calzanti nel mondo aziendale. Non è una psicologia che va ad indagare e riflettere sulla storia della persona, ma sta nel qui e ora… credo che in questo soprattutto sia molto rispondente al modo in cui io faccio Coaching. Sono molto concreta, sono un’amante del grounding, della messa a terra. Una delle soddisfazioni più grandi del mio lavoro per me è proprio quella di vedere alla fine del percorso cambiamenti concreti, osservare nelle persone una ristrutturazione delle loro abitudini per affrontare meglio le sfide che hanno davanti».

Su questo aspetto Giada prosegue «nell’immaginario collettivo, tanto la Psicologia dello sport quanto il Coaching aziendale, sono percepiti come lavori sul problem fixing: si pensa siano necessari solo per risolvere un problema specifico, una mancanza… in realtà questa è solo una piccolissima parte, non è quella più rilevante. Si mette in atto un vero e proprio percorso di sviluppo, che poi come ricaduta ha senza dubbio il miglioramento in determinate aree, ma per assurdo è come se questo fosse solo un effetto collaterale di un processo più ampio di crescita della persona. Proprio questa visione limitata ed erronea, tra l’altro, ha contribuito a rallentare l’affermarsi di entrambe le discipline in Italia».

Per questo, così come nello sport, anche il Coaching in azienda ha un impatto potente e diffuso, che non rimane circoscritto. Non è di per sé correttivo, non ha l’obiettivo primario di colmare mancanze, non mira alla risoluzione di problemi definiti, o meglio non si ferma lì. Porta trasformazione e cambiamento – quel cambiamento che, sottolinea Giada, si rivela tanto necessario quanto difficile, a livello sia individuale che organizzativo.

«Quello che io noto da sempre, osservando le persone, i team e le organizzazioni nel complesso, è quanto poco siamo consapevoli delle potenzialità che possediamo. Tendenzialmente noi stiamo nel mondo in una modalità che ha delle sue abitudini e zone di comfort, tendiamo ad affrontare le cose in una maniera che ci è nota. È caratteristica intrinseca dell’essere umano quella di essere resistente al cambiamento, e la vedo molto anche su di me… ho un rapporto particolare con il cambiamento, ne vivo in prima persona le contraddizioni che poi osservo anche nei miei clienti. Sono affetta da ‘noia cronica’, quindi da un lato ricerco il cambiamento, anche se poi dall’altro lato non ho un’indole molto propensa ad esso, non guardo le cose con occhi estatici dicendo “che meraviglia cambiare!”, anzi faccio molta fatica. Ci vedo un grande senso nel potermi mettere in gioco in modi sempre diversi, per valorizzare le risorse che già ho e metterle in campo con un’energia sempre nuova».

In effetti, queste parole possono risuonare familiari a molti: il cambiamento come grande opportunità di slancio, di miglioramento, di scoperta, e al contempo come grande fatica, difficoltà, discomfort, paura. Questa seconda componente spesso nasce anche dal fatto che si tende a considerare il cambiamento come una rottura netta, improvvisa e radicale. Cambiare in modo costruttivo invece è quasi sempre un percorso, un’evoluzione: per questo, dice Giada, «vedere il cambiamento che è avvenuto significa non scomporre il tempo a fette sottili, ma guardare l’intero processo nella sua rotondità. Si tratta di saper leggere i segnali deboli: non dobbiamo immaginare il cambiamento come un buttar via tutto ciò che c’è già, quanto piuttosto come un far leva sulle risorse già presenti, che possono essere riorganizzate in maniera totalmente altra». E questo a livello organizzativo, nell’ottica di valorizzare i talenti e creare le condizioni migliori perché essi esprimano il pieno potenziale, sia a livello del singolo che lavora su di sé per far evolvere le proprie risorse personali e crescere. In questo Giada vede la grande opportunità che il Coaching offre: «è uno spazio per pensare, in cui ci si ferma, si riflette e si prende piena consapevolezza di se stessi, nell’organizzazione e nella performance. Ci si prende del tempo, che nell’ottica di oggi del fare continuo tendiamo a non avere e per questo è una risorsa inestimabile».

Giada segue percorsi di Coaching individuale, Group e Team Coaching, anche se «ho una preferenza per i gruppi, mi appassiona di più» ci confida sorridendo.

«In molti percorsi di Group e Team Coaching avviene proprio un ripensamento del posizionamento e dell’identità dell’azienda, che include i valori, la mission e la vision. Si tratta di un lavoro molto faticoso e difficile per gli attori in gioco, nel quale prende forma il cosiddetto consensus decision making, ovvero un processo collaborativo che diviene possibile proprio grazie al Coaching. Non è limitato solo al momento delle sessioni: è come se si smuovesse il pensiero e tra una sessione e l’altra gli individui si interrogano continuativamente sulla propria identità, come gruppo, come team, come organizzazione».

In generale però, come emerge ascoltando l’esperienza di Giada, nelle organizzazioni, il cambiamento ha sempre a che fare sia con l’individuo, sia con la collettività. La gestione di sé e il change management sono i due pilastri su cui si lavora e su cui le aziende necessitano maggiormente interventi, molto legati tra loro perché il cambiamento organizzativo passa sempre attraverso una serie di layer impattati non sempre in ordine cronologico e coinvolti in misure e modalità diverse.

«Bisogna agire su più livelli – conclude Giada – ci sono le persone, i gruppi formali, informali, quelli di progetto, fino alla visione sistemica. Il cambiamento è connaturato alla vita, dell’individuo e ancor di più delle organizzazioni: cambiare vuol dire stare nelle condizioni che mutano, in un mercato che cambia, con clienti ed esigenze sempre diversi. Il cambiamento è costitutivo e necessario, ma che cosa significa poi in termini di comportamento, è un’altra questione. Serve un cambiamento sistematico delle nostre abitudini comportamentali, che non significa eliminare tutto quello che facevamo prima, ma aggiungere comportamenti nuovi, migliori e più efficaci, quei comportamenti che ci portano al cambiamento che vogliamo ottenere».

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