Cinque cose da dire oggi sulla distanza (e perché serve allo sviluppo organizzativo)

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Complessità, identità, consapevolezza, benessere, arte: nel libro di Anja Puntari l’analisi del come governare le sfide manageriali di oggi

Il concetto di distanza ha assunto nuove coloriture nell’era della pandemia. Un distanziamento imposto si è insinuato nelle nostre vite professionali come un dazio da pagare alla dittatura del virus. Conoscere la giusta distanza, Sfide di management in un mondo complesso di Anja Puntari ha il merito di illuminare un’altra faccia dell’idea di distanza, salutare, a tratti salvifica. È l’intercapedine che serve a creare spazio tra noi e il nostro mondo lavorativo e – soprattutto se si è knowledge workers – a guardarlo con occhio lucido. Tutt’altra accezione, dunque. E questo è il primo dato che emerge dalla lettura: la distanza serve. A cosa di preciso?

Ci sono almeno quattro risposte.

Il concetto di distanza ha assunto nuove coloriture nell’era della pandemia. Un distanziamento imposto si è insinuato nelle nostre vite professionali come un dazio da pagare alla dittatura del virus. Conoscere la giusta distanza, Sfide di management in un mondo complesso di Anja Puntari ha il merito di illuminare un’altra faccia dell’idea di distanza, salutare, a tratti salvifica. È l’intercapedine che serve a creare spazio tra noi e il nostro mondo lavorativo e – soprattutto se si è knowledge workers – a guardarlo con occhio lucido. Tutt’altra accezione, dunque. E questo è il primo dato che emerge dalla lettura: la distanza serve. A cosa di preciso?

Ci sono almeno quattro risposte.

1. Complessità e appartenenze

La prima: la distanza serve a governare la complessità del mondo del lavoro. Già prima della pandemia, e ancor più dopo, il lavoro si insinua come miele caldo tra le fessure che un tempo separavano privato e professionale, ufficio e casa, veglia e sonno. Di questo miele non possiamo fare a meno visto che con esso nutriamo la nostra fame di significati, di creatività, di riconoscimento, di autorealizzazione.

È ancor più difficile farne a meno perché lavoriamo in un mondo sempre più fluido: i sistemi culturali di cui ciascuno di noi fa parte si sono fatti numerosi, complessi, contraddittori e interdipendenti. La distanza serve appunto a dipanare l’intreccio, a mettere gradi di separazione laddove serve, a osservare le appartenenze e saperle giocare con consapevolezza. A scegliere con «quali dei tanti sistemi confrontarsi, mettendo a fuoco all’occorrenza la propria posizione rispetto a ciascuno di essi, per gestire le connessioni».

2. Identità e consapevolezza

La seconda risposta: in questo mondo complesso che è diventato il “lavoro della conoscenza” la distanza è necessaria per mettere a fuoco la nostra identità. Cioè comprendere contesti e narrazioni che formano quel che chiamiamo “io”, essere consapevoli di quali desideri ci animano nel lavorare, e quali qualità e limiti abbiamo avuto in dote.

L’autoconoscenza è la merce rara del tempo attuale, ovvero «ciò che ciascuno sa di se stesso: chi sono io, che tipo di persona sono, che modelli comportamentali adotto più frequentemente». Vuol dire «avere chiari i propri valori, riconoscere cosa ci muove, sapere identificare gli obiettivi rilevanti». Ma se ciascuno si definisce nella relazione con l’altro, il rischio è di entrare per questa via in una sala di specchi in cui i frammenti riflessi si moltiplicano all’infinito.

La distanza è dunque precondizione per una pratica autoriflessiva che ci accompagni come un terzo occhio e diventi autoconoscenza. In questo sta l’architrave di ogni leadership se è vero – come scrive l’autrice – che «secondo molti studi, è del tutto evidente che chi ricopre una posizione manageriale all’interno di un’organizzazione, quanto più a fondo si conosce ed è consapevole di sé, tanto più riesce a risultare autentico ed efficace nella gestione degli altri».

3. Benessere individuale e organizzativo

Una buona autoconoscenza significa anche trovare la giusta distanza per contrastare il malessere – ed è la terza risposta – che questo modo fluido e complesso di lavorare può generare. L’autrice usa metafore organiche come tossicità, intolleranza e allergia per definire stati qualitativamente differenti di malessere organizzativo e individuale. E mette in guardia dai rischi che per le organizzazioni sono rappresentati oggi da contesti e manager in cui l’attaccamento psicotico o narcisistico ai ruoli “infetta” i percorsi di altri, dando vita a quel che oggi chiamiamo burnout. Non c’è che una parola ed è ancora distanza che permetta di agire entro queste situazioni e al tempo stesso agire il nostro ruolo.

4. Ruoli

Qui arriva la quarta risposta. Ogni ruolo professionale è un’occasione per portare a galla pezzi della nostra identità molteplice, ci fornisce la possibilità di trovare l’inedito incastro tra la nostra individualità e le organizzazioni a cui vogliamo apportare valore. Ma tutto questo è impossibile senza una giusta distanza che ci consenta di conoscere, interpretare e perfino, all’occorrenza, abbandonare il ruolo che “abitiamo”.

5. La potenza metaforica dell’arte

La mappatura del libro non sarebbe completa senza una quinta parola: arte. Perché queste pagine si snodano tra due assi cartesiani che appartengono alla biografia personale e professionale dell’autrice e sono da lei usate come feritoie per osservare ciò che la circonda: il Coaching e l’arte contemporanea. Qui la domanda diventa: cosa ha da dirci l’arte sul Coaching e sui mondi che lo riguardano? Cosa ci svelano sull’universo dei knowledge workers le tante esperienze di arte performativa citate nel libro come un contrappunto del ragionare? Ci vengono in mente almeno tre risposte.

L’arte è innanzitutto una grande produttrice di metafore, che mette a sintesi dati disconnessi e li restituisce a una comprensione nuova.
Quando riescono, le sintesi artistiche – qui sta la seconda risposta – forniscono un punto più avanzato di consapevolezza, insight sulla nostra condizione.

Infine, lavorando sulle emozioni e quindi su circuiti neuronali diversi da quelli del pensiero cognitivo, l’arte porta in chiaro la faccia oscura della luna, cioè la più profonda e a volte rimossa della nostra essenza. Ecco perché, come sa chi ha pratica di Coaching, usare l’arte e la sua potenzialità metaforica può diventare un ottimo modo per raccontare il mondo organizzativo: perché può essere una potentissima fonte di prospettive inedite da cui ricostruire e osservare.

Come il divano dell’artista Jacob Tonski poggiato su un solo piede che sfida la gravità grazie a un motore interno che lo rimette in equilibrio a ogni oscillare. Una metafora delle relazioni umane, in costante movimento. «Il benessere profondo – conclude l’autrice – nasce dal cercare l’equilibrio con se stessi e con gli altri e questo “essere” è tutt’altro che statico. Stare in questo flusso richiede fatica». Ma è una fatica che è indispensabile sostenere. Facendo leva su una giusta distanza.

Il libro sarà disponibile in versione cartacea e in formato online dal 25 novembre. Vuoi pre-ordinare la tua copia?

Se vuoi partecipare alla Presentazione del libro online, puoi iscriverti qui. L’evento si terrà giovedì 25 novembre, dalle 18.00 alle 19.00. Ti aspettiamo!

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