Alle radici dell’imprenditorialità

Alle radici dell'imprenditorialità
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Senza dubbio leadership e imprenditorialità sono oggi le due competenze chiave nel mondo del lavoro, per le persone e le imprese.

 Ciascuna non sussiste senza l’altra: impossibile immaginare oggi un leader che non abbia la capacità di creare e realizzare nuove idee che lascino un segno, o un imprenditore che non sappia acquisire il consenso sulle proprie idee e conquistarsi la fiducia di partner e collaboratori. Oltre a questa forte parentela, entrambe sono basate sul saper integrare capacità comportamentali di segno opposto: ad esempio da un lato il coraggio, l’attitudine a immaginarsi una realtà nuova e diversa; e la propensione a rischiare per realizzarla e d’altro lato un forte senso della realtà concreta. Ancora: la capacità di prestare attenzione, ascoltare e leggere segnali sfumati nelle persone e nel contesto e l’abilità di comunicare con energia, convinzione e incisività. Tutte caratteristiche che se non adeguatamente bilanciate dalla polarità opposta rischiano di mettere a repentaglio l’efficacia di queste due competenze, trasformandole in due caricature: l’“uomo solo al comando” e il “sognatore”

Ho visto persone evolvere da una forte e consolidata preclusione sino ad aprirsi agli altri e a mettersi in gioco, osando esprimere con efficacia crescente ciò che sentono, requisito fondamentale della leadership e dell’imprenditorialità. 

La condizione primaria è la volontà del soggetto di lavorare su di sé e sui propri comportamenti, per andar oltre il disagio avvertito in situazioni collettive e la acuta consapevolezza di non riuscire a realizzare se stesso e le proprie idee. La seconda condizione è l’applicazione di metodi basati sul contatto con le proprie emozioni e sulla sperimentazione e rielaborazione di importanti esperienze vissute.

Faccio un esempio tratto da un bellissimo film recente che spero abbiate visto e altrimenti raccomando. Si tratta de “L’insulto”: potente, intenso, forte. Fra i numerosi spunti su cui potremmo soffermarci, sottolineo il modo con cui lentamente si scioglie la preclusione assoluta fra i due protagonisti, bloccati entrambi da episodi traumatici della loro vita che si traducono in risposte automatiche di aggressività impulsiva e irrefrenabile verso l’altro, come per cancellare la sofferenza che ciascuno evoca nell’altro. C’è un momento chiave in questa evoluzione che mostra che l’altro viene visto per la prima volta come un essere umano e non più solo come un nemico da annullare. È quando il protagonista libanese vede nello specchietto retrovisore l’antagonista palestinese in difficoltà nell’avviare l’auto parcheggiata: il motore non si accende, nonostante i vari tentativi. Lui è un esperto meccanico che lavora in un’officina di riparazioni e l’impulso di dare aiuto prevale. Torna indietro, apre il cofano dell’auto dell’altro e risolve il problema, forse per un’incontenibile tentazione di mettere a disposizione le proprie risorse di mestiere, o forse per l’effetto catartico provocato dalla visione dei tragici filmati di guerra esibiti dai due avvocati difensori nelle loro arringhe al processo in cui i due sono parti contrapposte. Sta di fatto che il lungo e intenso sguardo con cui i due si guardano alla fine del film ha una qualità molto diversa dalla cieca reattività iniziale. 

I due avvocati più o meno consapevolmente facilitano questa evoluzione catartica con il far convergere l’attenzione dei giudici e di tutti gli astanti sui filmati dell’epoca cui risalgono le radici dei comportamenti messi in atto dai protagonisti del film.

 L’impatto di questo ri-vivere l’esperienza è straordinario sia sulle persone sia sulle dinamiche conflittuali che pervadono tragicamente la comunità narrata nel film.

Ovviamente questo è un esempio estremo, ma quanti di noi sono condizionati nei loro atteggiamenti e comportamenti da episodi meno drammatici ma pur sempre inibenti, più o meno lontani nel tempo? E quanti possono liberarsi da schemi di comportamento consolidati per far fronte con maggiore funzionalità a situazioni attuali? Se è possibile evolvere da vissuti così emotivamente forti, altrettanto è possibile fare per rafforzare skill e comportamenti che derivano la loro efficacia dall’energia, dalla convinzione interiore e dalla padronanza via via sviluppata con l’allenamento. Si pensi alla difficoltà di esprimersi in pubblico, di gestire momenti di conflitto, rabbia, paura per tutti noi umani e al grande valore generato per noi stessi e per l’organizzazione in cui operiamo da un effettivo progresso di queste capacità di cui si nutre la leadership e l’imprenditorialità.

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