Fare accadere le cose: il cambiamento di mindset come abilitatore della trasformazione

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Cambiamento del passo organizzativo: l’AI non richiede solo velocità, ma un ripensamento di lavoro, ruoli e responsabilità. trasformazione culturale: il mindset determina se l’innovazione resta un esperimento o diventa duratura.

Fare accadere le cose: il cambiamento di mindset come abilitatore della trasformazione

Quando si parla di intelligenza artificiale in azienda, il tema dominante è spesso la velocità: quella con cui evolvono gli strumenti, cambiano i mercati e si moltiplicano le possibilità. Ma osservando più da vicino ciò che accade nelle organizzazioni, emerge una verità diversa: la sfida non è correre più veloce, ma cambiare passo. L’AI non richiede solo competenze tecniche, bensì un ripensamento di modalità di lavoro, ruoli e responsabilità. In questo scenario la tecnologia è un abilitatore potente, ma è il mindset organizzativo a determinare se l’innovazione resterà un esperimento isolato o diventerà un cambiamento reale e duraturo. Ne abbiamo parlato con Cristina Pensa, CEO di ODL, e Gianpaolo Comelli, Customer Success Director di un’azienda leader mondiale nelle piattaforme CRM e digital engagement.

C’è un momento, per ogni organizzazione che attua un processo di trasformazione digitale, in cui diventa palese una grande, importantissima, verità: la tecnologia, da sola, non è il vero punto di svolta. Allargando lo sguardo da una singola azienda al contesto lavorativo in generale, possiamo dire che se prendiamo in considerazione il tema della diffusione dell’intelligenza artificiale, questa verità si sta rivelando, con tempi e modi diversi, a tutti noi con la luce di un’epifania: l’AI, infatti, può essere potente, dirompente, veloce, pervasiva, ma senza un cambio di atteggiamento rischia di rimanere una promessa non mantenuta. A fare la differenza, infatti, non è tanto l’evoluzione degli strumenti, ma il mindset con cui un’organizzazione decide di avvicinarsi alla tecnologia, la sua capacità di trasformare un intenzione in azione, la modalità comportamentale che permette di trasformare una possibilità in qualcosa che accade davvero.

Abbiamo parlato di questo tema con Cristina Pensa, CEO di ODL, e Gianpaolo Comelli, Customer Success Director di un’azienda leader mondiale nelle piattaforme CRM e digital engagement, e dalle loro parole sono emersi alcuni temi fondamentali per portare avanti con successo una trasformazione, quella relativa all’implementazione dell’AI nelle attività lavorative, che per le aziende si sta rivelando sempre più necessaria.

 

Diversità e condivisione: dare valore al cambiamento


Il cambiamento non si affronta mai da soli. Dal dialogo con Cristina Pensa e Gianpaolo Comelli è emerso come
il confronto con realtà diverse, che sia per settore, dimensione o livello di maturità, sia in questi casi una bussola preziosa per orientarsi. Quando ci si addentra in un territorio completamente nuovo e in evoluzione, come può essere quello dell’intelligenza artificiale, la diversità non è un ostacolo da superare, ma una ricchezza che aiuta a ridimensionare paure e false aspettative. Come racconta Cristina Pensa, “il confronto con aziende in situazioni e di dimensioni diverse è importante perché dà un’idea realistica della tua posizione nel mercato e non ti fa sentire isolato”. Scoprire che altre organizzazioni stanno affrontando le stesse domande, quindi, restituisce energia e rende il percorso più sostenibile e meno costellato di dubbi.

Per dare spazio alla diversità, serve mantenere l’apertura al dialogo e al confronto: condivisione reale, trasparenza, disponibilità a raccontare non solo ciò che funziona, ma anche ciò che è ancora in divenire. In una fase così iniziale di una nuova tecnologia è importante anche far venire meno il timore di porre domande, di ammettere soluzioni che non hanno funzionato, di dare voce agli errori. È quando le barriere cadono, infatti, che il dialogo diventa autentico, il confronto davvero costruttivo, e permette di mettere a fuoco quali sono le questioni centrali. Come afferma Gianpaolo Comelli: “Condividendo l’informazione si impara a sperimentarla. L’importante è non farsi intimorire dal cambiamento e riuscire a imparare in modo evoluto ed ottimizzato”.

In questo momento infatti c’è una domanda a cui una conversazione allargata e ricca di punti di vista e stimoli diversi potrebbe davvero aiutare a trovare una risposta: perché, nonostante la volontà e nonostante i vantaggi evidenti, l’AI fatica ancora a entrare davvero nei processi quotidiani delle organizzazioni?

 

Formazione: dal bisogno immediato alla visione di lungo periodo

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Un punto su cui vale la pena di soffermarsi è la formazione, un termine riguardo al quale è giunto il momento di cambiare punto di vista. Quando si parla di AI, infatti, formare non può più significare solo imparare a usare uno strumento, ma imparare a comprendere cosa lo rende davvero efficace: dati pronti, processi chiari, ruoli definiti, responsabilità condivise. Applicando una formazione “vecchio stile”, il rischio è quello di creare una risposta a un bisogno immediato, senza però costruire il contesto necessario. Gianpaolo Comelli lo sottolinea con chiarezza: “il rischio è partire dalla tattica e non dalla strategia, ma l’AI è un cambiamento strutturale e vista la velocità con cui sta impattando tutto il mondo è bene che un cambiamento del genere venga affrontato in modo strutturale e articolato”. Fare formazione in questo campo, quindi, è un investimento che richiede tempo e visione, ma senza il quale il potenziale dell’AI resta inespresso. E poi ci sono le competenze da sviluppare e quella necessità di “imparare ad imparare” che si può sviluppare solo con percorsi formativi specifici e un approccio più aperto a nuove abitudini, sia individuali che di team.

 

Il team e il ruolo della leadership nel corso del cambiamento


L’abbiamo già detto, il cambiamento non si affronta mai da soli, e questo vale tanto per le aziende quanto per chi lavora: persone e team. Adottare un approccio che permetta l’implementazione efficace dell’AI nelle organizzazioni è possibile solo andando a scardinare molte delle certezze che si sono costruite nel corso degli anni e questo perché
l’intelligenza artificiale rende evidente ciò che spesso resta sullo sfondo, ovvero il fatto che le organizzazioni sono prima di tutto sistemi complessi e interconnessi. Lavorare per compartimenti stagni, ammesso che lo sia mai stato, non è quindi più sostenibile. “Con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale non siamo più in un sistema tradizionale”, osserva Cristina Pensa, “qualsiasi attività è talmente connessa alle altre che, se non capisci la struttura che c’è a monte, anche muoversi all’interno del sistema diventa un problema”. Un’affermazione che mette bene in luce quanto la vera infrastruttura tanto invisibile quanto necessaria per la trasformazione sia il team, che con le sue persone, le sue relazioni e l’insieme delle sue competenze può davvero mettere in campo dei comportamenti che portano verso il successo organizzativo. 

Aumentando l’importanza del team, assume delle sfumature diverse anche il concetto di leadership: se da un lato viene meno il mero controllo operativo, infatti, dall’altro le figure apicali necessitano di sempre maggiore capacità di orientare le persone stesse, definendo e assegnando priorità e spingendo ogni giorno di più fuori da quella che è la comfort zone individuale e di gruppo. 

Spesso, infatti, nei momenti di transizione o di innovazione, si crea uno spazio vuoto tra intenzione e risultato: quello è lo spazio che la leadership è destinata a riempire. Fare accadere le cose significa individuare quali sono i blocchi, che spesso sono culturali prima ancora che tecnologici, e creare le condizioni perché il cambiamento diventi praticabile. Applicare la leadership nell’era dell’AI, quindi, vuol dire spingere le persone oltre ciò che conoscono, senza forzature, ma con direzione e coerenza, impostando un mindset da applicare in maniera concreta e su base quotidiana.

 

Le nuove generazioni e il valore da costruire


Il tema dei team, della leadership e dell’innovazione si intreccia inevitabilmente con quello delle
nuove generazioni. L’AI sta modificando i ruoli di ingresso e i percorsi di crescita, riducendo alcune attività operative e aumentando il livello delle competenze soft richieste. Se non si va incontro a questo cambiamento il rischio, come evidenzia Gianpaolo Comelli, è “di perdere l’anello di congiunzione tra le generazioni”. Eppure il valore portato dai giovani resta enorme. Sta alle aziende costruire contesti in cui è possibile imparare a imparare, sviluppare linguaggi comuni e competenze che permettano di lavorare con strumenti sempre più avanzati. Come afferma anche Cristina Pensa, “Capacità di mettersi in discussione, di ascolto, di visione, di aprirsi: per chi vuole crescere, oggi bisogna crescere soprattutto su questo”.

 

L’AI è strumento, non un sostituto

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Alla fine, l’intelligenza artificiale non è un sostituto del pensiero umano, né semplicemente “un altro collega”. È uno strumento che amplifica ciò che siamo. Per questo è importante, in questa fase e nel futuro, mantenere alta all’interno delle organizzazioni la capacità di mantenere senso critico, verificare le fonti e distinguere tra supporto e delega del pensiero. L’obiettivo non è essere sostituiti, ma imparare a usare l’AI senza esserne usati.

Fare accadere le cose, oggi, quindi, significa accettare che il paradigma è cambiato e che non esistono più strade lineari. Significa investire su persone, team e nuove generazioni, usando la tecnologia come leva e non come scorciatoia. Perché l’organizzazione davvero intelligente non è quella che adotta l’AI più velocemente, ma quella che riesce a trasformare il cambiamento in una direzione condivisa di crescita comune.