Essere Business Coach. Sei domande a Anja Puntari

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Che cos’è per te il Business Coaching e a cosa serve?

Il Business Coaching è un percorso di consapevolezza. A me affascina il fatto di far fluire delle conoscenze da fonti diverse (razionali ed emotive) per aiutare le persone a vedere con più chiarezza la propria organizzazione e il proprio ruolo e di conseguenza di poter prendere decisioni migliori in merito al proprio agire.
Attraverso questa presa di consapevolezza, si attiva un processo di trasformazione e si mettono in pratica comportamenti alternativi utili per il risultato lavorativo e funzionali all’organizzazione. In particolare la mia area di intervento riguarda la dimensione della creatività, come atto del pensare a scenari e soluzioni alternative, trovare delle strategie differenti e nuove per superare le difficoltà che il coachee o il team affronta. Per fare questo utilizzo i mezzi dell’Arte e del Visual thinking per incidere sulla dimensione emotiva che spesso limita o ostacola il pensiero creativo. 

Per me il Business Coaching non è soltanto una pratica o una metodologia che vive dentro le mura dell’azienda. Il Business Coaching ha una missione nel sociale. Penso che sia un veicolo per aiutare le persone e le organizzazioni a maturare in modo responsabile. Viviamo in un’epoca dove il processo tecnologico e l’avanzamento nelle scienze biologiche è molto veloce. Penso che questo sviluppo debba essere accompagnato da una riflessione che non pone l’attenzione solo sull’opportunità ma anche sulla dimensione etica del fare. Per dirla con le parole dello storico contemporaneo Yuval Noah Harari: “Per ogni dollaro e ogni minuto che investiamo per migliorare l’IA, sarebbe saggio investire un dollaro e un minuto per migliorare la coscienza umana”.
Il questo processo di trasformazione contemporanea il Business Coaching permette di porre l’attenzione sul “why”, di fare grandi domande importanti nel contesto azienda. Non solo cosa possiamo fare, ma cosa vogliamo fare al fine di determinare effetti positivi per noi e per gli altri.

Cosa facevi prima di diventare Business Coach e dalla tua esperienza passata, che tipo di apporto hai portato al lavoro che fai oggi? 

Prima di diventare Business Coach ero un’artista. Per circa un decennio questa è stata la mia principale attività. Mi sono diplomata in scultura all’Accademia di Belle Arti di Napoli e successivamente ho preso una Laurea Specialistica in Arti visive e studi Curatoriali alla NABA – Nuova Accademia di Belle Arti e ho approfondito i miei studi sull’arte contemporanea a Berlino alla Kunsthochschule Berlin-Weißensee.

Due sono le influenze importanti della mia pratica precedente che continuano a condizionarmi anche oggi. Uno è la curatela, cioè la pratica che mette insieme più opere e riflette anche sul loro significato d’insieme nello spazio. Anche fuori dal contesto dell’arte sono molto attenta allo spazio architettonico, i mobili, i colori, le piante, e la loro influenza sul nostro performance di lavoro. Credo sia da un lato biologico, rispondiamo a certe stimoli quasi a livello istintivo fisico dall’altro è anche psicologico e culturale. Infatti l’arredamento, come anche il nostro abbigliamento va aldilà di una semplice esperienza di design in un territorio che chiamerei simbolico ed identitario. Vogliamo che nel nostro spazio di lavoro ci sia per esempio un crocifisso oppure delle piante oppure dei poster? Oggi ci sentiamo per esempio di vestire il rosso fuoco? Sono degli statement. Cosa raccontano questi oggetti di noi?

Insieme con l’arte contemporanea una seconda fonte di stimolo per me è stato New Club of Paris. Ho avuto la fortuna di essere parte di questa associazione internazionale fondata dallo svedese Leif Edvinsson. Leif è  una mente illuminata ed è stato il primo al mondo a costruire un programma ben strutturato di knowledge management in una compagnia privata, alla Scandia negli anni 90. I suoi studi e quelli dei Giapponesi Nonaka e Takeuchi hanno influenzato fortemente il mio modo di vedere il processo di value creation nelle organizzazioni di oggi. Già 15 anni fa, mentre ero impegnata come artista, lavoravo con il concetto di rendere visibile l’invisibile con le mie opere. Di fatto anche oggi questo lavoro continua e trova continuamente nuovi sbocchi. Recentemente ho fondato una associazione, The GRASP Network intorno al concetto di rendere percepibile l’invisible con l’approccio e il pensare artistico; in SCOA Performant ho invece sviluppato e presentato all’ultima biennale di Venezia la nuova metodologia flowknow® che unisce il pensare artistico e il Business Coaching. Oggi sono attivamente coinvolta a creare un ponte tra il mondo dell’arte contemporanea e il business e lo faccio in tanti modi e ambienti diversi. 

Ti muovi tanto nei contesti internazionali, pensi che l’applicazione del Business Coaching all’estero sia diversa che in Italia?

Io penso che il Business Coaching sia una metodologia con le sue radici in una cultura anglosassone, approdata in Italia solo circa vent’anni fa. Una delle sfide è rendere funzionale questo metodo con un’origine straniera nel nostro contesto. Vi do qualche esempio. Da straniera (finlandese), vedo che il sistema italiano di business è molto complesso almeno lo è molto di più al confronto di tanti mercati nordici. In Italia ci sono molte fonti di potere e molti interessi organizzati e difesi a cui si aggiunge una burocrazia e una relazione dello stato e dei servizi nei confronti dei cittadini che per una nordica come me è davvero difficile capire. In questa realtà chi fa business la lettura ambientale è molto più stratificata e articolata che in altri paesi. Fare Business Coaching qui richiede quindi una comprensione del contesto che va al di la della pura metodologia. Il mercato Italiano inoltre consiste di un 80% di PMI di cui, a sua volta, di un 80% di microimprese (ovvero aziende con un fatturato inferiore ai 2 milioni di Euro). Come Business Coach, se non vuoi lavorare con una fetta molto limitata di aziende, multinazionali o enti statali, entri in questa giungla. Queste sono imprese prevalentemente a conduzione familiare e la dinamica relazionale e di potere qui è ben diversa che in una multinazionale. Fare il Business Coach in questi contesti richiede un’approccio diverso che in grandi organizzazioni internazionali. 

Nel tuo lavoro usi l’arte come stimolo. Quali sono i primi grandi risultati emersi da questo approccio?

L’approccio flowknow® è nato per aiutare le persone a essere creative e a diventare emotivamente alfabetizzate. In questi ultimi tre anni, l’applicazione del metodo e l’uso del tool-kit omonimo sviluppato da noi, ha portato persone singole e interi team a raggiungere un equilibrio nuovo e a produrre dei risultati in termini di business positivi. 

Ovviamente per fare questo c’è bisogno di tempo. L’alfabetizzazione emotiva è un campo strettamente collegato a un processo di maturazione umana. Adesso, dopo tre anni e una trentina di progetti di Performant by SCOA in cui abbiamo utilizzato questo approccio cominciamo a vedere i primi risultati. Dai clienti abbiamo un eccezionale feedback, persone che tornano da noi e che sono contente di aver raggiunto un nuovo equilibrio piuttosto che una conoscenza di sé ampliata.

Dalla tua prospettiva, quali sono le competenze da allenare nel 2019?

Le competenze da allenare attualmente, come nei prossimi anni, sono competenze della sfera soft che aiutano le persone a stare nella relazione con gli altri, quindi tutto ciò che ha a che fare con la collaborazione, l’intelligenza emotiva, l’autorevolezza. Queste sono le competenze che ci aiutano a costruire e rendere solida la nostra posizione in relazione con gli altri e di conseguenza aiuta a produrre risultati migliori. Questo non vuol dire che debbano essere sottovalutate le competenze tecniche, che rappresentano una base che le persone devono avere, ma l’added value insostituibile in un contesto in cui l’IA spazza via tanti lavori è senz’altro la dimensione umana e la capacità degli individui di organizzarsi in squadre agili ed efficaci nel far fronte ai cambiamenti del contesto in cui si opera. Cruciale infatti diventa l’efficace connubio tra competenze tecniche ed in particolare digitali e quelle soft, di carattere comportamentale, sia a livello organizzativo che a livello individuale.

Se devo alzare una competenza sopra tutte le altre direi che è la self-management. Nell’epoca liquida, per usare la terminologia di Bauman, dove le certezze sono venute a meno l’abilità di costruire un buon equilibrio personale è la base per tutto il nostro fare. 

Da un lato la società in movimento costante causa paure, incertezze, smarrimento, smonta il senso di appartenenza o a volte causa semplicemente uno stato di non saper come svolgere un ruolo in cambiamento. Dall’altro la liquidità della nostra epoca ha anche una faccia digitale che permette una flessibilità maggiore. Nel contesto di azienda questo si è tradotto ormai da tempo in nuovi modi di lavorare, per esempio nel lavoro a distanza o di essere facilmente raggiungibili ovunque noi siamo. Paradossalmente questa “libertà” e flessibilità ci rende vulnerabili se non ne siamo consapevoli e non lo sappiamo gestire costruttivamente. In questo frame la competenza del self-management diventa anche l’abilità di dire “no”, di rispettare i propri bioritmi e la dimensione della vita privata, l’abilità di organizzarsi e di stare in un programma predefinito. Comportamenti che richiedono auto-controllo proprio perche riprogrammare o rispondere sempre e ovunque dipende sopratutto da noi stessi. Se da un lato la flessibilità è una competenza che da noi viene chiesto ogni giorno nel nostro lavoro, penso che proprio la libertà che il nuovo mondo da tempo ci offre, deve essere gestito con consapevolezza e maestria.

Libri citati nell’intervista:

21 Lezioni per il XXI Secolo, Yuval Noah Harari, Saggi Bompiani

Modernità Liquida, Zygmunt Bauman, Editori Laterza

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