Essere Business Coach. Sei domande a Carlo Boidi

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Che cosa ti appassiona del Business Coaching?

Tempo fa ho affiancato una persona che, a metà del percorso, si è trovata a gestire una situazione molto complessa e delicata sia per sé che per l’azienda. Quando ci siamo trovati a fine percorso con gli stakeholders dell’azienda, la persona ha dichiarato che per lei è stato determinante il supporto e il confronto con un coach per gestire con lucidità ed efficacia quella situazione. Il suo capo ha affermato che ciò che quel dirigente ha affrontato e imparato in pochi mesi, di solito lo si acquisisce in 3 o 4 anni. Questo è ciò che mi appassiona del Business Coaching.

Che cos’è per te il Business Coaching e a cosa serve?

Il Business Coaching è un catalizzatore della catena del valore, inteso quest’ultimo non solo come risultato economico. Innanzitutto il Coaching permette alle persone e ai team di mettere in campo nuovi comportamenti più funzionali al raggiungimento di obiettivi (individuali e di team) che contribuiscono a conseguire gli obiettivi aziendali; in questo senso c’è un impatto sui risultati economici. In secondo luogo questi nuovi comportamenti, nel tempo, diventano nuove abitudini e quindi nuove competenze acquisite. Queste sono un valore, un asset immateriale, sia per gli individui che per l’organizzazione. In questo senso il Business Coaching è un catalizzatore della catena del valore costituita da: comportamenti -> abitudini -> competenze -> performance e obiettivi individuali-> obiettivi aziendali e risultati di business.

Cosa facevi prima di diventare Business Coach e cosa ti ha spinto a diventarlo?

Il fil rouge della mia vita professionale è l’innovazione: ho iniziato come ricercatore, poi ho lavorato in diverse realtà multinazionali, in molte funzioni manageriali: dalla ricerca e sviluppo, al product management, quality assurance per arrivare alla pianificazione e produzione; ma sempre con il focus sull’innovazione. Nel 2005, in azienda partecipai ad un corso per far crescere competenze di coaching nei manager: durante quel corso capii che era molto più potente aiutare le persone a risolvere i problemi da sole che dire loro semplicemente che cosa fare.  Questa nuova attitudine, ben presto è diventata per me una vera e propria passione.

Qual è il taglio che vuoi dare, con le tue competenze e idee, nel mondo del Business Coaching?

Per me il Coaching è innovazione: aiutare gli individui, i team e le organizzazioni a mettere in campo comportamenti nuovi, innovativi e sostenibili; aumentare la capacità di rispondere alle situazioni avendo a disposizione più alternative comportamentali. Quindi il “pay off” del coaching per me è: “innovazione sostenibile”.

Dalla tua prospettiva di Business Coach, quali sono le competenze da allenare per rimanere in equilibrio e organizzazione nel 2018?

Le meta-competenze chiave per me sono il self-management e il self-development: anche lavorando all’interno di team e organizzazioni, occorre pensare come la propria crescita futura può portare valore a se stessi e al contesto in cui si è inseriti. Quindi, muoversi in quella direzione, investire nelle competenze chiave per la propria crescita e certificare queste competenze personali. 

Le imprese possono nascere, evolvere, essere cedute, avere successo o fallire: su questo possiamo avere influenza ma non sempre abbiamo controllo diretto. Se abbiamo investito sul proprio auto-sviluppo e non siamo completamente dipendenti dall’organizzazione in cui siamo inseriti, allora ci rendiamo immuni da crisi o incertezze che caratterizzano il contesto. Inoltre riusciamo ad avere ancora più impatto e creare valore nell’organizzazione in cui siamo inseriti.

C’è un libro (o anche articolo, film ecc.) che ti senti di consigliare e che affronti, in modo implicito o esplicito, il tema del Business Coaching? In che modo lo affronta?

Una volta la sfida dei manager era quella di diventare dei leader; oggi la sfida dei leader è diventare dei coach per le loro organizzazioni. Quindi a chi non ha competenze di coaching propongo di leggere “Performance Coaching” di John Whitmore (tradotto in italiano con il titolo “Coaching”). Per chi ha già competenze di coaching propongo di rileggerlo per andare ancora più in profondità sulle idee che vengono proposte. L’altro libro per chi, sempre nell’ambito della cultura e valori del coaching, vuole sfidare lo status quo e confrontarsi con paradigmi organizzativi innovativi è “Reinventing organizations” di Frederic Laloux. Immaginate se le imprese diventassero luoghi dove le persone hanno autonomia e dove il potere e il controllo sono radicati e distribuiti capillarmente, non più in mano a pochi leader. Oltre all’autonomia, pensate se gli individui trovassero le condizioni per esprimere pienamente se stessi, le proprie passioni e il proprio potenziale creativo, emotivo e cognitivo. Pensate infine ad imprese in grado di basare le proprie strategie e farle evolvere in base a ciò che sentono che il mondo sta chiedendo loro. 

Questa non è utopia o semplice teoria: centinaia di imprese al mondo hanno intrapreso questa strada. Paradossalmente, concentrandosi meno sui profitti e sul valore per gli azionisti, generano risultati finanziari che superano quelli della concorrenza. Abbiamo bisogno di leader illuminati ma anche di pratiche organizzative moderne e illuminate

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