La forma dell’acqua: il potere dell’amore

La forma dell'acqua: il potere dell'amore
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"Amor omnia vincit". Oppure: "i deboli vincono sui cattivi". Sono le sintesi dei pensieri e sentimenti che mi pervadono nell'uscire dalla sala cinematografica dopo aver visto La forma dell'acqua.

Ero entrato con qualche timore, perché ne avevo visto il trailer e sapevo che si trattava di un film “strano”, in qualche misura sgradevole. Per accorgermi via via che si tratta di un film potente, originalissimo, speciale, emozionante che narra la storia di un amore forte ed “impossibile” fra due esseri diversi e affini allo stesso tempo.

Entrambi comunicano solo con segni e suoni preverbali. Entrambi hanno forti handicap che ne limitano l’azione ma non ne impediscono l’espressione e la più completa e intima unione. I limiti vengono dalla loro stessa essenza e dall’ambiente esterno in cui si trovano o sono costretti. Il limite interno più importante è la loro diversità, quasi mostruosa (con i nostri canoni abituali) per l’essere anfibio catturato e tenuto in cattività coatta per essere studiato dai rappresentanti della cosiddetta civiltà.

Diversità meno mostruosa per la coprotagonista, donna delle pulizie sordomuta costretta dalle sue condizioni e origini a un lavoro infimo e svilente agli occhi dei “normali”, ottusamente arroganti e prepotenti.

È un mondo diviso chiaramente in caste: i potenti, capi boriosi e spregevolmente egocentrici e arrivisti; la classe “media”, prevalentemente indifferente e prona, i “paria”. Fra questi ultimi alcuni solidarizzano, si aiutano, forse perché la loro diversità e umile condizione li obbliga a sviluppare facoltà essenziali: sensibilità, intuizione, immaginazione, creatività, capacità di adattamento, coraggio di cambiare e di rischiare.

Innanzi tutto la capacità di adattarsi e sopravvivere senza perdere la propria umanità in un mondo, quello degli anni ‘50, fantasticamente ricostruito con immagini visive degne di Hopper, pervaso dai suoni e dai messaggi ossessivamente replicati della onnipresente TV, nonostante ancora alle origini, condita da musiche pop dolciastre, tipiche di quegli anni, ma a volte di lancinante bellezza. Un mondo ancora dominato dagli standard culturali di un’America perbenista (ma ricordo un ambiente molto simile, in quegli anni, nella mia città di origine, Genova) addormentata sulle sue apparentemente solide certezze classiste, inconsapevole delle scosse telluriche che ben presto la rivoluzioneranno propagandosi poi in tutto il mondo. Poi la capacità di andare incontro creativamente a una vicenda del tutto imprevedibile e fuori dagli schemi che scandiscono la loro vita.

Lasciamo qui la trama del film (che vi consiglio di vedere se già non lo avete visto) salvo accennare ad un’altra bella fiaba che il film mi evoca: la Sirenetta, di Hans Christian Andersen, a ruoli incrociati rispetto ai protagonisti del film. E poniamo l’accento su queste qualità, quelle che portano i deboli a vincere la loro battaglia per la vita e la sua espressione massima: l’amore. Ripetiamole: sensibilità, intuizione, immaginazione, creatività, capacità di adattamento, coraggio di cambiare e di rischiare. Proprio le qualità che nel mondo d’oggi sono essenziali di fronte a un mondo molto più complesso e volatile sotto le ondate di continue rivoluzioni. E che ognuno di noi deve coltivare per governare la sua vita e inventare soluzioni innovative ai problemi difficili che gli stanno di fronte, se non apparentemente insolubili.

Così posso estrapolare il valore attuale di questo messaggio per tutti noi. A differenza delle fiabe (questo film in fondo lo è), la vita non ha la stessa nitida distinzione fra “buoni” e “cattivi”. La nostra realtà di esseri umani imperfetti è molto più ricca di sfumature: ci portiamo dentro tutti i semi del bene e del male. Solo gli accadimenti a volte capricciosamente casuali accendono gli uni o gli altri dentro di noi. Ma questa condizione è inevitabile? Siamo impotenti di fronte agli eventi? Credo che a maggior ragione ci sia richiesto di coltivare l’attenzione e la responsabilizzazione di fronte alle minime scelte, anche quelle apparentemente insignificanti. Esercitare le nostre antenne, essere presenti e vigili (ecco l’importanza della “mindfulness” di cui tanto si parla oggi) cogliere i segni di ciò che ci sta succedendo e focalizzare le nostre reazioni interiori per imparare a governarle.

In inglese si suole dire “behave yourself”, frase che preferisco alla nostra “fai il bravo”, più generica e poco indicativa. So che se non mi prendo cura di come mi comporto, non dedico attenzione a ciò che faccio o che dico, mi ritrovo a trattar male una persona che pure amo e considero preziosa nella mia vita. E di scivolone in scivolone mi ritrovo ad aver minato la qualità di relazioni importanti. Devo chiedere scusa, quando sbaglio o mi lascio andare alla reattività e all’orgoglio. Devo ringraziare, quando ricevo un vero dono prezioso: attenzione, tenerezza, delicatezza.

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