FOMO: Una nuova forma di ansia sociale

FOMO: Una nuova forma di ansia sociale
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Alla domanda "Come stai?" rispondiamo sempre "Bene", anche quando così bene non va.  E nel caso stessimo veramente bene, come si può effettivamente tradurre quella parola? Come "gioia"? Come "benessere"? Come "euforia"?

Nel parlare di intelligenza emotiva, abbiamo spesso evidenziato come le emozioni abbiano infinite sfumature e come anche quelle negative giochino un ruolo preponderante nella nostra vita quotidiana.

Lo stress, in particolare, ci accompagna pressoché costantemente nel nostro lavoro, a intervalli brevi o regolari.

Leggi qui l’articolo di Francesco Solinas sulla gestione dello stress.

In un contesto aziendale in cui le emozioni scorrono quasi impazzite e dove pian piano si sta imparando a riconoscerle, vale la pena prestare attenzione quando si parla di nuovi contesti e situazioni in grado di generare emozioni forti.

Una delle parole su cui si discute di più ultimamente è FOMO. Si tratta di un acronimo per Fear of Missing Out, teorizzato dallo scienziato Andrew Przyblski.

Parliamo di una nuova forma di ansia sociale, che “infetta” il nostro quotidiano, anche in quei momenti in cui dovremmo staccare la spina dalle preoccupazioni professionali e di responsabilità familiari.

Fomentata dell’era digitale, la FOMO consiste nel terrore di essere tagliati fuori.

Ci sarà capitato di scorrere la home di Facebook e constatare quanto alcuni dei nostri contatti si stiano divertendo, e come giungano strillando le notifiche push di inviti ai quali non potremo partecipare.

Per non parlare di quando scopriamo, dopo aver cenato ed essere finalmente seduti in poltrona, un evento interessante in programma la sera stessa.

FOMO esprime la paura di non vivere al massimo come gli altri fanno e, allo stesso tempo, l’angoscia di perdersi una notizia importante di cui tutti sono al corrente.

Sui social si costruisce un’immagine del sé perfezionata, che elimina in toto i lati più oscuri e sofferenti della nostra persona. Scorrendo il profilo di una qualsiasi persona di nostra conoscenza, potremmo avere l’impressione che sia sempre in vacanza e rilassata.

Sempre a rincorrere i party più esclusivi, a pranzare al ristorante e a passare il weekend fuori porta ogni settimana. I selfie sfocati sono stati sostituiti da ritratti talmente perfetti – complici i filtri di Instagram – che sembrano usciti dalle patinate pagine di Vogue.

Per quanto siamo consapevoli che ciascuno di noi limiti di postare ciò che nella propria vita è banale e non estetico sui social, in favore di una spettacolarizzazione del quotidiano, scatta automaticamente l’ansia di non essere abbastanza e di non poter offrire abbastanza al pubblico che ci segue.

È interessante notare come la FOMO, in verità, sia sempre esistita. È con l’avvento dei social che si è intensificata l’urgenza di conoscere le attività altrui, in modo ossessivo.

Secondo lo studio del centro Kleiner Perkins Caufield & Byers, un utente guarda lo smartphone circa 150 volte al giorno, una volta ogni 6 minuti.

Chi è affetto da FOMO cade in una sorta di circolo vizioso. Il senso di solitudine viene riempito dai social che solo apparentemente intrattengono e offrono compagnia, amplificando invece un ulteriore senso di solitudine.

Le nostre relazioni si sono trasformate, anche quelle offline: le uscite e le chiacchiere dal vivo si sono arricchite dallo scontato patto dell’essere reperibili 24 ore su 24.

Disponibili a chattare, a rispondere al telefono, a condividere foto in tempo reale. Un impegno che tende a travolgere le relazioni e che potrebbe incrementare l’ansia di interagire con l’altro.

Verrebbe da chiedersi come ridimensionare e riflettere su questa problematica che è stata riconosciuta come un trigger dell’incremento di comportamenti legati alla depressione. Molti potrebbero rispondere con l’allontanamento dai social. Tuttavia si potrebbe non essere così drastici. Quello che è importante ponderare, molto spesso, è la natura dell’uso che facciamo di una tecnologia o uno strumento. Come possiamo utilizzarli con parsimonia senza privarci della loro utilità? Come possiamo capire quando non sia necessario disporne? Quando è veramente utile controllare le notifiche o rispondere ai messaggi? Il percorso è legato alla consapevolezza. Cosa non semplice, ma di certo alla nostra portata, e agevolata dalla motivazione di poter rendere la nostra presenza online meno avventata e alienata.
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