Il re-editing di sé come strumento per una vera innovazione

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Come possiamo essere creativi in un mondo in cui c’è sempre meno spazio per ciò che non è orientato ad un obiettivo? E cosa può significare l’innovazione non solo in senso organizzativo e di business, ma a livello individuale, cioè partendo da noi stessi come “forza” fondamentale che sprigiona la creatività nel nostro contesto lavorativo? Per rispondere a queste domande, possiamo prendere in prestito dal mondo dell’arte il concetto di “re-editing”: partendo da noi stessi e da ciò che siamo, attraverso un percorso di introspezione, possiamo scoprirci davvero creativi e produttivi.

Il Time Magazine ha eletto come “Kid of the year 2020” Gitanjali Rao, una quindicenne originaria del Colorado, che si distingue per le sue capacità estremamente precoci: appassionata di scienza e di tecnologia, ha infatti inventato un’app che utilizza l’intelligenza artificiale per il rilevamento del cyberbullismo e un dispositivo in grado di identificare il piombo nell’acqua.

La prestigiosa rivista ha chiaramente operato una scelta seguendo criteri che poco hanno a che fare con l’infanzia, ma che sembrano al massimo andar bene per il mondo degli adulti: ha utilizzato dunque una metrica falsata ed irrealistica. E così la bambina selezionata, per quanto meriti senza dubbio riconoscimenti e possa fungere da esempio positivo, non sembra adeguata a svolgere il ruolo di fonte di ispirazione, perché assolutamente irraggiungibile, soprattutto per i suoi coetanei. Forse bisogna chiedersi se è auspicabile che la nostra interpretazione dell’infanzia da desiderare sia proprio questa.

Partendo da questa riflessione possiamo fare un paragone con il mondo del management. Ecco un titolo tipico di una rivista HR e Business: “Le 10 competenze che servono per il manager nel 2021”. Segue una lista irrealistica e general generica di skills che sono praticabili soltanto in teoria e soltanto da superman e superwoman. Le aziende poi creano i loro competence framework sempre più raffinati, declinati in precisi comportamenti che definiscono come svolgere il proprio ruolo con maestria. Tutto ciò viene usato per valutare l’idoneità delle persone ad una posizione nuova, per stimare la potenzialità dei talenti o per giustificare il bonus annuale. Quest’ultimo è ovviamente anche il motivo per cui tanto aspiriamo a corrispondere ai criteri elencati. Peccato che tutto ciò spesso sia lontano da comportamenti praticabili nel contesto lavorativo reale e nella situazione di vita effettiva delle persone.

Dall’essere umano al fare umano
L’esempio del Kid of the year racconta qualcosa sulla nostra epoca. Si rivela emblematico della società contemporanea e della nostra quotidianità: viviamo in un mondo in cui siamo circondati da modelli di perfezione, così come la bambina prodigio scelta dal Time, convinti che il raggiungimento di questi possa costituire la nostra felicità e realizzazione. Siamo costantemente spinti a migliorare, ma spesso lo facciamo nel modo sbagliato, aspirando a qualcosa che non siamo noi, che non ci appartiene e non ci rappresenta. Corriamo dietro ad ideali insostenibili e per questo non sani, che ci portano a snaturarci: ci costringiamo dentro a questi modelli preconfezionati e predefiniti, in uno sforzo continuo, faticoso e fine a se stesso. E, inevitabilmente, ci sentiamo inadeguati.

Una conseguenza è il burnout, ovvero la condizione di stress cronico generata da questa situazione lavorativa, e più in generale esistenziale, in cui ogni cosa è incasellata, organizzata secondo categorie predefinite, imposte dall’esterno ma anche da noi stessi, che non necessariamente sentiamo nostre. Ci obblighiamo così in dei format che non sono i nostri e che non permettono l’espressione del sé, ma piuttosto lo soffocano.
In questa affannosa corsa per diventare la versione migliore di noi stessi siamo passati dalla condizione di essere umano a quella di un “fare umano”: siamo costantemente impegnati a fare, e così ci dimentichiamo di essere. In tutto ciò che siamo infatti, siamo sempre nel fare: mamma, marito, lavoratrice, lavoratore, capo. Svolgiamo un ruolo, indossiamo un’etichetta che però può al massimo dare un’illusione di identità. Viviamo quella che il filosofo tedesco Martin Heidegger definisce una vita inautentica, di colui che si appiattisce sul mondo, scegliendo categorie già date, ed è interamente assorbito in un progettare e operare che lo distrae da se stesso. E paradossalmente il fare costante, l’esecuzione e il correre dietro modelli ideali ci stanca e ci impedisce di cambiare ed essere innovativi.

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Attivare la creatività
Innovare, cambiare, essere creativi, che è ciò che ci serve in un mondo in continua trasformazione, in queste condizioni diventa difficoltoso: nell’esecuzione costante è difficile che riusciamo ad essere creativi. Essa richiede infatti essenzialmente la libertà intesa come assenza di determinazione e come possibilità di esprimere il proprio sé, di scegliere e seguire la propria direzione, e non invece una già decisa.
Ma allora, in un mondo in cui c’è sempre meno spazio per ciò che non è orientato ad un obiettivo, in cui l’energia vitale è dispersa tra le troppe cose da fare e le aspettative da soddisfare, come possiamo essere ancora creativi e produttivi?

Serve un radicale ribaltamento di prospettiva: non siamo noi a non essere adeguati, sono piuttosto i modelli che perseguiamo a non essere adeguati a noi. E allora, invece che partire dall’esterno, guardando al modello fuori e modificandoci per raggiungerlo, possiamo ripartire da noi, da ciò che siamo e da ciò che già sappiamo fare. Managerialmente vuol dire ascoltarsi, ascoltare le proprie persone e mettere a fuoco ciò che sta succedendo e cosa serve proprio adesso a me e alle mie persone. Vuol dire avere la pazienza di stare nell’osservazione della propria storia e individuare ciò che è di valore nel nostro cammino professionale e personale. Nel suo storico libro “Gestire se stessi” Peter Drucker scriveva che la maggior parte delle persone non sa esattamente il proprio posto nella società finché non supera abbondantemente i venticinque anni di età. L’autore sosteneva che le tre domande su cui fare chiarezza sono: “Quali sono i miei punti di forza?” Qual è il mio modo di performare?” e “Quali sono i miei valori?”. Credo che oggi non ci sono più riposte permanenti a queste domande ma, piuttosto la contemporaneità richiede che regolarmente torniamo a riflettere sulle nostre personali risposte a questi quesiti.

Un re-editing di noi stessi
La vita consiste in stagioni diverse e noi scegliamo chi vogliamo essere nelle varie fasi e nei differenti passaggi del nostro percorso. Partendo da questo possiamo prendere in prestito dal mondo dell’arte il concetto di “re-editing”, applicandolo a noi stessi e assumere l’atteggiamento dell’artista, che riutilizza opere altrui, o elementi di queste, dandone la propria interpretazione e lettura, e creando così a tutti gli effetti un soggetto nuovo, una sua versione diversa dalla precedente con un suo senso e un suo valore. 

Vediamo qualche esempio. Duchamp proponeva la sua rilettura della Gioconda,  Warhol, riproponeva le Brillo Boxes in una forma altra. 48 War Movies, invece è una recentissima opera di Christian Marclay esposta alla biennale di Venezia nel 2019, che presenta interi film sovrapposti di cui sono visibili solo i bordi esterni. 

Allo stesso modo noi possiamo scoprire e costruire una nuova versione di noi come individui, team e organizzazioni, chiedendoci che cosa possiamo fare e come possiamo farlo al meglio in condizioni che mutano, ma soprattutto chi vogliamo essere in questo momento.

Dal mio osservatorio di Business Coach vedo che in molteplici organizzazioni per sprigionare l’innovazione, alle persone serve ritrovare una centratura, un equilibrio di armonia fuori dalla corsa incessante. Bisogna fermarsi e chiedersi: “Che parti di me serve attivare in questo momento?” È necessario guardarsi dentro, rivolgersi all’interno di sé, ascoltarsi e riflettere. Prendersi il proprio tempo e il proprio spazio, trovare così la propria personale modalità di stare dentro al cambiamento.

Leggi l’articolo di Francesco Solinas:
2021: come affrontarlo con l’aiuto di quattro maestri

Non esiste la ricetta per vivere, applicabile a chiunque indistintamente. E non esiste il vademecum per il manager onnipotente. Esiste solo una strada lunga, a volte faticosa, altre volte piena di gioia e ispirazione, per imparare a stare con noi stessi e con le persone che ci circondano, cambiando e adeguandoci alle condizioni esterne, ma in un movimento attivo, lavorando su di noi e capendo così come noi possiamo stare e realizzarci in esse, valorizzando la moltitudine che c’è dentro di noi.

Così diceva saggiamente Francesco Guicciardini, già nel 1525, nella sua opera letteraria “Ricordi politici e civili”: «è grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per così dire, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circumstanze, le quali non si possono fermare con una medesima misura; e queste distinzioni e eccezioni non si trovano scritte in su’ libri, ma bisogna lo insegni la discrezione.».

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