L’innovazione in azienda parte dalla tradizione: stimoli dalla cultura giapponese per il business

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Intervista di Anja Puntari a Hironobu Murata, Senior Researcher all’Università delle Arti di Tokyo

Cosa possono imparare le organizzazioni dalla cultura giapponese, per crescere e svilupparsi a pieno? Alcune pratiche tradizionali possono costituire una preziosa risorsa per i manager, utili per diventare più efficaci e creare relazioni costruttive. Lo testimonia Hironobu Murata, Senior Researcher all’Università delle Arti di Tokyo, che nei suoi programmi di innovazione per le aziende e le università integra elementi della tradizione e dell’arte giapponese, al fine di incentivare sensibilità, consapevolezza e crescita nel business e così generare valore.

AP: Lei apprezza molto l’essenza della cultura giapponese e la utilizza anche per l’innovazione nel contesto aziendale. Può parlarci della cerimonia giapponese del tè e del concetto di ‘BA’? Che significato hanno nella cultura giapponese? Che valore possono portare alle persone in generale? Cosa possiamo imparare da queste tradizioni oggi?

HM: La cultura giapponese è la bellezza della sottrazione e l’arte di vivere basata sul rispetto e sul godimento della natura. Questo concetto si riflette in molte espressioni della nostra cultura.

Per esempio, l’Haiku è la poesia più breve del mondo: è composta di 17 caratteri che ispirano l’immaginazione dell’ascoltatore. In altre parole “Less is More”. Quando creiamo un Haiku, dobbiamo utilizzare parole che rimandano alle stagioni, ovvero quelle appropriate per il periodo dell’anno, ad esempio eventi tradizionali, cibi, fiori, paesaggi, facendo riferimento al dizionario ‘Saijiki’ apposito per gli Haiku.

Una tradizione è quella del Chado, la cerimonia del tè, che possiamo goderci anche adattando gli oggetti domestici di tutti i giorni. Noi chiamiamo questa usanza “Mitate”, che significa vedere le cose non come dovrebbero essere, ma come utensili per la cerimonia del tè. Il Chado, noto anche come chanoyu, è una disciplina spirituale ed estetica per la raffinatezza e il miglioramento del sé – conosciuta in giapponese come un “do”, ovvero una “via”. La parola “chado” significa infatti “la via del tè”.

Questa via chiamata chado è incentrata sull’attività del padrone di casa e dell’ospite che trascorrono del tempo insieme creando un’atmosfera reciprocamente calorosa, davanti a una tazza di tè matcha. Il padrone di casa mira a servire all’ospite una ciotola di tè così soddisfacente da essere indimenticabile, e l’ospite risponde con gratitudine: entrambi si rendono conto così che il tempo condiviso non può mai essere ripetuto, che accade una “volta nella vita”, un’occasione unica che chiamiamo ‘Ichigo-Ichie’.

La Via del Tè riguarda dunque la creazione dell’ambiente adeguato per quel momento di godimento di una perfetta tazza di tè. Tutto ciò che riguarda quella porzione di tè, anche ad esempio la qualità dell’aria circostante e lo spazio dove viene servito, diventa parte del suo sapore. Il tè perfetto deve quindi catturare il “sapore” del momento – lo spirito della stagione, dell’occasione, del tempo e del luogo. L’evento in cui questo avviene è chiamato chaji – ovvero l’intera riunione e celebrazione del tè – e dove la Via del Tè si dispiega come uno squisito e singolare momento nel tempo condiviso dai partecipanti.

La Via del Tè riguarda fondamentalmente attività che fanno parte della vita quotidiana, ma per padroneggiarle è necessaria un grande allenamento. In questo senso, la Via del Tè è ben descritta come l’Arte di Vivere.

Nella composizione floreale giapponese, poi, apprezziamo la bellezza dell’asimmetria e osiamo mostrare lo spazio vuoto e l’acqua all’interno del vaso, tagliando i rami inutili. Percepiamo la vita in qualsiasi oggetto naturale presente nei dipinti giapponesi: questa concezione si basa sullo scintoismo, per cui tutto ha una divinità in sé.

C’è poi il Teatro Nō, anche chiamato ‘danza-dramma tradizionale mascherata’. È una performance molto tranquilla, senza movimenti appariscenti, e richiede immaginazione e sensibilità per sentire l’energia interiore e le sottigliezze emotive degli interpreti.

Ancora “Renga” è una forma di poesia giapponese in cui due o più persone leggono l’una all’altra i versi iniziali e finali di una poesia ‘waka’ – tipica giapponese – e poi continuano la poesia. Più di 500 anni fa, le persone si sono riunite e coordinate per creare un luogo temporaneo ‘BA’ dove potessero unire le loro menti e creare un senso di unità. Questo concetto di BA è chiamato “Ichiza-konryu” ed è simile alla cerimonia del tè.

AP: Sembra che tutte queste diverse tradizioni abbiano in comune l’aspetto di rallentare, di essere veramente presenti, di capire l’essenziale e di creare anche un contatto profondo con ciò che ci circonda e con le persone intorno a noi. Questo è interessante anche in relazione al business, per aiutare le persone nelle organizzazioni, in certi momenti, a fermare il continuo fare e ad andare più in profondità, per cogliere ciò che è veramente importante, e ad entrare in contatto tra loro. Il Business Coaching lavora sicuramente su questo. Ci sono alcuni aspetti interessanti anche riguardo al colore. Puoi dirci di più su questo in relazione alla storia giapponese?

HM: Ci sono più di 460 colori diversi, considerati colori tradizionali giapponesi. L’arcipelago giapponese ha un ampio range di forme del terreno, tra cui montagne, fiumi e pianure. Inoltre, una grande varietà di flora e fauna vive lì, e anche un singolo oggetto può assumere un’espressione o un aspetto diverso a seconda delle stagioni che cambiano.

I giapponesi sono quindi sempre stati circondati da molti colori, fin dai tempi antichi, perché hanno vissuto in un simile ambiente. Di conseguenza, gli antichi sono stati in grado di distinguere le sottili differenze di colore dei fiori, delle piante e degli alberi, e hanno dato i nomi a molti colori.

Questi colori poi erano utilizzati anche per i loro costumi e indumenti, e addirittura potevano apprezzare le sottili differenze di colore tra la parte anteriore e posteriore di ogni costume, e quelle che potevano essere viste quando la luce penetrava.

AP: Grazie per questa condivisione. Come artista e Business Coach sono sempre molto interessata ai colori. È molto interessante come essere sensibili ai colori e accogliere gli
stimoli visivi possa aiutarci ad ascoltare noi stessi. Anche l’effetto che i colori hanno sui nostri stati emotivi è molto interessante. Tu usi questi elementi tradizionali per creare valore per le organizzazioni. Come possono essere usati nel contesto del business? Quali sono gli effetti di questi interventi?

HM: Io fornisco un programma che porta le persone a confrontarsi con la propria sensibilità, offrendo loro l’opportunità di sperimentare la cultura giapponese e il dialogo con artisti e persone di cultura. In questo programma, ci chiediamo “Come ti senti?” “Perché ti senti così?” Più ne sono consapevoli, più la loro sensibilità sarà affinata.

L’obiettivo è prendere spunto da questa cultura della sottrazione, per arricchire la nostra immaginazione e portare il pensiero fuori dagli schemi. Incontrando parole che normalmente non usiamo, infatti, stimoliamo i nostri sensi arricchendo la nostra sensibilità e aumentando le idee a cui attingere, prendere spunto e ispirazione.

AP: Come possiamo applicare gli insegnamenti della cultura tradizionale giapponese e per esempio il rituale della cerimonia del tè alle relazioni con i clienti?

HM: Essendo stata coltivata in terra giapponese, la cerimonia del tè rappresenta l’essenza dell’estetica e della cultura giapponese. Ma, al di là di questo, un gran numero di persone in tutto il mondo ha scoperto il valore che si può trarre per la propria vita da questa Via – dallo spirito che guida la sua pratica, così come dagli oggetti che esprimono quello spirito e sono parte integrante di essa. I principi alla base di quest’Arte di Vivere sono l’Armonia (Wa), il Rispetto (Kei), la Purezza (Sei) e la Tranquillità (Jaku). Questi sono principi universali che, in un mondo come il nostro oggi, pieno di disordini, attriti, egocentrismo e altri simili disturbi sociali, possono guidarci verso la realizzazione di una pace genuina. Proprio questo spirito allora può essere applicato alle relazioni non solo con i clienti, ma anche con tutte le parti interessate, per migliorarle e valorizzarle.

AP: Anche il concetto di Wabi Sabi è interessante. Pensi che possa aiutare i manager contemporanei a gestire meglio il loro ruolo e se sì in che modo?

HM: Il termine Wabi Sabi è a volte usato per descrivere l’estetica tradizionale giapponese.

Wabi si è evoluto dall’esprimere la solitudine di una vita solitaria condotta in mezzo alla natura, per evocare l’immagine di semplicità rustica, eleganza sobria e tranquillità. Questa concezione ha molto a che fare con la servant leadership. I dirigenti devono ascoltare intensamente e con interesse tutti i membri del proprio team.

Affidarsi ai collaboratori e sottoposti invece di mostrare la propria forza migliorerà l’efficacia dell’organizzazione. Se i manager di un’organizzazione danno ordini dall’alto, l’organizzazione non crescerà oltre la capacità del top management, per questo i “leader solidali” che lavorano per la squadra sono importanti come meccanismo per la crescita dell’azienda.

Sabi, d’altra parte, è passato dall’espressione di una natura fredda o appassita, al riferirsi alla bellezza aggraziata che si trova nella transitorietà e nell’invecchiamento. Questa idea ha un valore che ha a che fare con il rispetto della storia e della progressione naturale. Uno dei principi del Noh è “la bellezza dell’invecchiamento” o “il fiore del momento”, il che significa che ogni persona ed età ha il suo fascino. Mentre l’eccessivo intervento umano è artificiale, poco attraente e insostenibile.

Come manager, rimani così come sei, rispettando e fidandoti dei tuoi membri.

AP: Una delle sfide con cui lavori è quella di creare ecosistemi di innovazione tra università e aziende. Che tipo di competenze manageriali sono importanti in questo lavoro che è interdisciplinare e interorganizzativo?

HM: La competenza più importante è quella di creare un ponte tra questi due mondi. Il lavoro consiste nel visualizzare i frutti della conoscenza e della ricerca dell’università, e renderli disponibili e accessibili alla società. Inoltre, richiede non solo di rispondere alla ricerca congiunta delle aziende, ma anche di riflettere sulle questioni sociali insieme alle aziende, da una prospettiva elevata. Infine, di combinare gli argomenti e le tematiche in base alle necessità, e coordinarsi per coinvolgere i ricercatori, allinearli alle aziende e trovare le corrispondenze più appropriate.

In altre parole, con lo spirito del wabi-sabi, l’obiettivo è quello di orchestrare un luogo “BA” dove persone di diversi ambiti possono co-creare uno scopo comune e nuove idee con passione.

CHI È?

Hironobu Murata

  • Senior Researcher all’Università delle Arti di Tokyo
  • Laurea in Ingegneria Industriale alla Waseda University
  • Insegna arti liberali, cultura filosofia giapponese
  • È appassionato di – e insegna alla Urasenke School – Tea Ceremony and Ikebana Saga Goryu (composizione floreale giapponese)
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