Intervista a Marco Mordente

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Marco Mordente è un cestista italiano ed è stato capitano italiano della Nazionale Italiana di Pallacanestro. Per noi di Performant by SCOA ha raccontato la sua esperienza come atleta e come capitano, l'importanza dell'allenamento e della resilienza. Quali comportamenti gli sono serviti durante il suo percorso? Quali ha potenziato? 

Ciao Marco. Da dove nasce la tua passione per il basket?

I miei fratelli più grandi pattinavano. A me faceva schifo.Poi ho visto una partita di pallacanestro e ho iniziato subito a giocare, senza mai smettere. A 13-14 anni ho iniziato a prendere la consapevolezza che il mio sogno di bambino potesse iniziare a prendere forma: vedevo che, per me,  era il mio grande salvagente. Utilizzavo lo sport per poter essere me stesso. Quando giocavo, ero libero. Libero di poter esprimere ciò che sentivo, cosa che mi risultava difficile nella vita quotidiana. 

Che ruolo ha avuto l’allenamento nel tuo percorso di sportivo? 

L’allenamento lo definisco come base della mia carriera. Se non avessi avuto la cultura dell’allenamento non ce l’avrei fatta, perché da ragazzo fisicamente normale non avevo caratteristiche fisiche eccezionali, quindi mi si poteva considerare average in tutte le caratteristiche fisiche, necessarie per l’eccellenza. Quando ho capito che ero nella media, ho capito che l’allenamento era l’unico modo di ottenere risultati, diventando non solo allenamento tecnico, ma anche allenamento fisico e mentale e, soprattutto,  una ricerca a 360 gradi di tutto ciò che poteva darmi qualcosa in più e che poi si sarebbe tradotto in una migliore performance in campo. Fondamentali sono stato un’alimentazione più corretta, il senso d’integrazione, le figure di supporto come fisioterapista, un preparatore a parte, un osteopata… diversi percorsi che potessero darmi qualcosa in più, che ho cercato io nonostante dovessi andare in conflitto con la realtà che mi apparteneva. Io ho fatto sempre, dai 16 anni fino ai 24, una ricerca. Sono manager di me stesso, prendendo spunti e ricercando. Quando poi ho avuto la possibilità di firmare un contratto importante, tutto quello che ho costruito l’ho trovato già fatto. La struttura era la top gamma in fatto di supporto, preparazione e campionato. C’è stato un salto di qualità in materia di  allenamento, molto più mirato: mi allenavo molto di più e questo avveniva anche nel pre e nel post-allenamento. Importanti erano proprio il prima (preparazione all’allenamento) e il dopo (ricarica), dato che il mezzo era qualcosa di scontato.  

L’allenamento è la base della mia vita sportiva; una scuola di vita che mi è servita anche nella vita reale, soprattutto nel momento in cui sono successe problematiche familiari e di salute. Se non avessi avuto quella disciplina, quella determinazione e quella capacità di vivere la sofferenza e trasformarla in positività non ce l’avrei fatta. Sport e allenamento mi hanno aiutato e dato energia. La riduzione dell’allenamento è avvenuta per forza di cose:  la priorità non è più diventato il campo, ma la famiglia.

Ti va di condividere un momento di difficoltà e, soprattutto, che tipo di comportamenti hai sfruttato per uscirne?

Il momento sportivo più difficile ce l’ho stampato nella memoria. Anno 2003, la possibilità di ottenere un posto per la squadra nazionale per l’europeo, quel tipo di campionato che qualificava a le olimpiadi di Atene. Un’occasione irripetibile dove, purtroppo, il mio approccio è stato negativo per molti motivi: per l’ambiente e per colpa mia. Mi sono ritrovato ad avere un’occasione ma l’ho buttata via, pensando che la nazionale non potesse ottenere grandi risultati, quando invece accade l’impensabile: la nazionale si qualifica e vince una medaglia. Sfila il grande treno e tutti festeggiano. Uno shock.

Come ne sono venuto fuori? L’unico mezzo a disposizione è stato l’allenamento. Ricordo ancora l’immagine della nazionale che festeggia. Mi sarei potuto sparare, ma ho preso le mie scarpe e ho trovato un campo (dal calcio) per ripartire verso un nuovo percorso; un percorso di grande allenamento durato fino al 2005, che ha fruttato l’anno successivo la vittoria dello scudetto. Ho superato la caduta rovinosa e il desiderio di abbandonare lo sport attaccandomi al comportamento della resilienza, isolandomi completamente da tutti, proteggendo il mio sogno, credendo in ciò che potevo fare, visualizzandolo ecc.

In questo modo ho gestito gli obiettivi, partendo sì da una grande visione e da un grande sogno, ma in mezzo ad ogni tappa, alzando continuamente l’asticella. Le competenze chiave? Gestione tempo, stress, resilienza, visione e  self management.

Qual è il comportamento più prezioso che un atleta dovrebbe tenere a mente? 

Credo che l’aspetto mentale sia sottovalutato all’interno di uno sport di squadra, soprattutto nella pallacanestro. Seppur il basket arrivi da un mondo americano, noi ne abbiamo tradotto tante cose, ma la preparazione mentale non è ancora qualcosa di ben sviluppato. Lo sport è sempre sport, che sia di gruppo e che parta dal singolo. Sfruttando la dimensione mentale, si arriverebbe a maggiori risultati di crescita.

Sei stato anche capitano. Quali sono le qualità più importanti nell’essere punto di riferimento di una squadra?

Da capitano, ci sono qualità in più. Sono referente di un intero gruppo, il punto d’unione tra squadra e componenti attorno alla squadra (componenti dello staff medici, stampa, federazione…). Un ruolo che vivo con orgoglio, ma che ti pone anche le difficoltà di mettere la squadra davanti a tutto ciò che fai. 

Quali sono, invece, le qualità di un buon allenatore?

L’allenatore è come un business coach. Non ti basta un patentino: l’allenatore è tale quando riceve la sua qualifica; è lì che inizia il suo percorso, che non si ferma mai. Deve mettere anche tante competenze relazionali, oltre che quelle tecniche, la comunicazione per comunicare con tutti nel gruppo. Dev’essere un leader, il più importante della squadra. Il singolo giocatore sente e percepisce se l’allenatore ha queste qualità di essere un leader per tutti. Il leader è la prima immagine che si ha di una squadra: deve gestire tutte le dinamiche, non solo quelle tecniche. In più, riconosce e capisce chi è meglio che agisca all’interno del gruppo per una data funzione. 

Cosa fai per creare le condizioni di massima performance? 

Nel mio specifico caso, la prima componente base è l’ambiente, perché comunque devi sentirti a tuo agio in quello che stai facendo. Il primo feedback che può darti l’ambiente è la coerenza tra offerta e la domanda. Nel momento in cui ti senti libero di esprimerti, ti senti di rappresentare tutti, identificandoti in quella maglia e ti senti supportato da qualcosa di più grande. L‘altro 50 percento è forza, serenità, capacità di decidere obiettivi, di essere performanti, di andare a cercarti, di trovare motivazioni per andare oltre l’ostacolo e oltre la difficoltà. L’importante è tenere a mente che saranno più frequenti le sconfitte delle vittorie. Vinci una volta e ne perdi tante. La forza sta nel rialzarsi. Per una performance ottimale, bisogna ripartire ogni volta. 

Hai un consiglio da dare ai ragazzi che sono all’inizio del percorso sportivo? 

Ci sarà sempre qualcuno che sarà pronto a screditarti e sarà sempre quello di fianco a non credere a quello che stai facendo. Bisogna essere forti nel credere alle proprie potenzialità e nel saper sognare, ma soprattutto divertendosi. Se nello sport non ti diverti e non vi trovi piacere, vuol dire che non fa per te. Lo sport ti dà gioia e soddisfazione, ti permette di esprimerti e di sentirti libero. Nello sport tutte queste sensazioni sono più amplificate, decisamente più intense.

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