Il nostro impegno nel sociale: intervista a Mariana Ruenes

Il nostro impegno nel sociale: intervista a  Mariana Ruenes
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Sintrata è un'organizzazione messicana no-profit, impegnata nella battaglia contro il traffico di esseri umani. Abbiamo avuto l'opportunità di intervistare la Presidente Mariana Ruenes per saperne di più su Sintrata, sul delicato tema di cui si occupa e sugli interventi messi a frutto per combatterlo.

Anja Puntari | Mariana, qual è la tua definizione di traffico di esseri umani?

Mariana Ruenes | In breve potrei definirlo come una forma di commercio delle persone, del loro corpo e del loro lavoro, che fa leva sulla loro vulnerabilità ai fini dello sfruttamento. In accordo con il protocollo delle Nazioni Unite, riconosciuto da numerosi paesi, può definirsi attraverso azioni di accoglienza, reclutamento e trasporto di esseri umani che ottengono profitti in modo illecito.

AP | Come ha avuto inizio tutto questo?

MR | Quando Sintrata è nata noi eravamo un movimento studentesco di una delle maggiori università di Città del Messico, l’Universidad Iberoamericana. È all’interno di questo contesto accademico che abbiamo potuto fare i nostri primi esperimenti, studiando a fondo il fenomeno del traffico di esseri umani, le sue cause e le possibili soluzioni per affrontarlo. Ci siamo quindi costituiti come una Società civile e non governativa e abbiamo dato vita alle nostre prime iniziative nell’ambito della prevenzione, in aree che contassero un numero consistente di bambini scomparsi, di episodi di sfruttamento in generale e di violenza. Abbiamo anche realizzato degli interventi rispetto alla reintegrazione sociale di alcune vittime di questi soprusi. Abbiamo partecipato al processo di reintegrazione di più di 200 sopravvissuti allo sfruttamento sessuale in Messico, così come in alcuni paesi dell’America Centrale e Meridionale e negli Stati Uniti. Indipendentemente dalla nazionalità delle vittime, sia che venissero dall’Europa orientale, dall’Asia o dal Messico, siamo riusciti a fornire il nostro supporto con grande successo.

AP | Com’è organizzato il traffico di esseri umani oggi?

MR | Tutti i casi che abbiamo seguito negli ultimi otto anni ci hanno fornito una prima conoscenza di come sia strutturato il traffico di esseri umani e abbiamo colto due importanti aspetti, che ci hanno fornito una nuova visione rispetto a una possibile via per contrastare il problema. Il primo di questi aspetti è che il traffico di esseri umani faccia largo utilizzo della tecnologia, attraverso la quale le vittime vengono continuamente reclutate, controllate e sfruttate. Il secondo è che questo è un vero e proprio business, e come tale presuppone l’obiettivo di accrescere i guadagni e ridurre i costi. Per questo motivo la tecnologia è diventata un grande strumento: riduce al minimo i rischi per i trafficanti durante l’esecuzione della loro attività, garantendo una maggiore efficienza in termini di business. Lo sfruttamento è infatti un commercio che genera un’ingente quantità di denaro con un piccolissimo margine d’investimento. Inoltre, abbiamo colto un altro importante aspetto: il traffico di esseri umani si avvale delle infrastrutture delle città, dei trasporti, del turismo, per facilitare l’intera catena di sfruttamento. Come ho già detto all’inizio, questo fenomeno si fonda su una serie di azioni, le quali prevedono lo spostamento fisico delle persone, individualmente o in gruppi. I trafficanti possono occuparsi dell’intero processo o di una parte di esso: si tratta di un dettaglio importante perché ci dice parecchio sulla catena di valore e sulla logistica intorno ai quali si sviluppa il fenomeno, e di conseguenza ci fornisce molte informazioni su quali siano i principali attori responsabili di questo processo.

AP | Da un punto di vista psicologico, come vivono la loro condizione le persone che si ritrovano a essere delle vittime?

MR | La maggior parte di loro dà addirittura il proprio consenso allo sfruttamento e accetta la propria condizione. Questo è un aspetto davvero fondamentale da cogliere: spiega il motivo per cui è molto difficile identificarli, dal momento in cui noi ci aspetteremmo l’aspetto tipico delle vittime, quello di persone che chiedono aiuto, per esempio. Se non capiamo che le cose vengono forzate attraverso l’esercizio di una violenza psicologica e fisica, non riusciremo mai a comprendere perché essi accettino la loro situazione.

AP | Quali sono le aree di intervento di Sintrata?

MR | La tratta di esseri umani si configura come una grande impresa, seconda solo al traffico di droga e di armi, ed è  importante capire quale sia il valore economico generato da questo business. La nostra attenzione è rivolta proprio a capire come tutto questo stia accadendo, così che attraverso la comprensione del loro modus operandi, possiamo riuscire a renderlo più complicato a chi la gestisce. A un certo punto, quando abbiamo iniziato, ci siamo detti che avremmo posto fine al traffico di esseri umani, che lo avremmo estirpato. E oggi, dopo otto anni di lavoro, il nostro obiettivo è di ostacolarlo, così da ridurre la probabilità che esso si verifichi in alcuni contesti. Un aspetto molto importante su questa forma di schiavitù moderna, è che “gli schiavi” siano ovunque: nelle città, per le strade, nascosti dietro la produzione di moltissime cose che consumiamo quotidianamente, come i vestiti che indossiamo o le verdure che mangiamo.  Se non ci rendiamo conto di chi siano le vittime, non siamo in grado di riconoscerle. Questa è la ragione per cui nel mio paese è stato identificato solo l’1% delle vittime e di questa percentuale non tutte hanno ottenuto giustizia o un risarcimento dei danni subiti. Ci stiamo impegnando fortemente a tal proposito. Noi sappiamo da una parte che solo l’1% delle vittime è stato identificato, ma altresì che l’80% di esse attraversa le frontiere, ed è  quindi concentrato attorno a posti di blocco, vicino ai borders. Lì noi possiamo intervenire. Dato che le vittime attraversano i controlli aeroportuali, abbiamo bisogno di aeroporti che abbiano una visione e una policy di sicurezza tale da identificare il traffico di esseri umani, per essere in grado di reagire correttamente in difesa dei diritti delle potenziali vittime. Dal momento in cui sappiamo che la tecnologia viene utilizzata per controllare le vittime attraverso delle applicazioni, abbiamo bisogno di colossi del settore per formalizzare delle decisioni politiche, che possano rendere più difficile l’utilizzo delle loro risorse per la criminalità organizzata e per la violazione dei diritti umani in generale.

AP | So che l’innovazione tecnologica è parte del vostro piano strategico. Puoi dirci qualcosa a riguardo?

MR | Certamente. In rapporto all’innovazione tecnologica abbiamo iniziato a porci delle domanda su come ottenere prima di tutto maggiori e più precise informazioni su dove indirizzare le nostre iniziative. Come identificare le principali parti in causa e misurarne l’impatto? Abbiamo iniziato a pensare a come utilizzare la tecnologia per intervenire con soluzioni su più larga scala, laddove prima lo facessimo su una molto più ristretta. L’idea era di creare degli algoritmi in grado di rilevare un comportamento potenzialmente rischioso dalla comunicazione che avviene attraverso i social media. Una volta intercettata questa informazione chiave, come avremmo potuto utilizzarla per fornire aiuto alla persona proprio nel momento in cui si trova in pericolo? Ci siamo ingegnati a lungo su come rendere più difficile il loro sistema, iniziando a bloccare le logiche tradizionali con cui il traffico di esseri umani si svolge. Un esempio di come abbiamo usato la tecnologia in questa direzione è la partnership che abbiamo costruito con UBER in Messico, con cui celebriamo un anno di collaborazione insieme. Ciò che abbiamo fatto è stato accertarci che ci fossero più di 2500 cittadini (guidatori). Abbiamo quindi realizzato che avessimo a disposizione più di 2500 paia di occhi ovunque nella città, giorno e notte. Sono “cittadini chiave”, ad esempio una persona in un’agenzia di sicurezza aeroportuale o un’infermiera in un ospedale. Abbiamo creato un programma di educazione attraverso cui fornire loro degli strumenti per identificare le vittime, per l’osservazione dei loro possibili comportamenti. Li abbiamo inoltre istruiti su come essere capaci di reagire in modo sicuro. Una volta che abbiamo ottenuto sufficienti informazioni attraverso l’app, siamo in grado di salvare la vittima dallo sfruttamento. Questa iniziativa ha già preso piede in Messico, su scala nazionale. Quello che siamo riusciti a costruire con il nostro team è la possibilità che questo sistema possa diffondersi in altri paesi in tutta l’America. Stiamo iniziando in Guatemala ed El Salvador ed è già stato realizzato in Panama, in Canada e negli Stati Uniti, e stiamo pensando anche all’Europa e all’Asia. Quindi ciò che ci siamo confermati è che possiamo effettivamente sfruttare lo stesso sistema che viene utilizzato contro di noi. Non è possibile che i trafficanti siano sempre un passo avanti: bisogna comprendere che possiamo superarli! È anche importante non farsi trovare sprovveduti, perché è proprio la nostra debolezza che attrae il crimine. È la nostra missione: costruire strategie per prevenire che l’orrenda piaga del traffico di esseri umani continui a proliferare.

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