La resilienza non vuol dire la resistenza!

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Nel precedente post intitolato “Tranquilli, i robot non vi ruberanno il lavoro” abbiamo scritto che l’automatizzazione delle competenze nel futuro prossimo a nostro avviso è poco probabile. Condividiamo infatti il pensiero che saranno sempre di più le soft skill a fare la differenza sia nel risultato individuale che organizzativo. Dal territorio globale di World Economic Forum, che ha pubblicato la top 10 delle competenze soft più importanti nei prossimi anni, ci spostiamo ora su una dimensione nazionale: quali sono le competenze su cui i nostri clienti ci hanno chiesto di lavorare  maggiormente nel 2017? Qual’è il quadro che emerge da questo spaccato di esperienza che ha coinvolto tutti i Business Coach di Performant by SCOA? Cosa si può ricavare da questa osservazione in presa diretta dalle aziende con cui lavoriamo?

Intanto la prima competenza che emerge è senz’altro la resilienza. E’ del tutto evidente che tante aziende che operano in Italia, siano esse nazionali o multinazionali, escono da un periodo di grave difficoltà e questo passaggio ha segnato le organizzazioni. Si percepiscono in modo evidente le  fatiche che hanno dovuto affrontare e a volte anche delle ferite persistenti che richiedono ancora tempo per essere curate. Seppur l’economia abbia messo a segno una chiara inversione di tendenza ed in alcune aree come quella milanese sia oggettivamente ripartita, da un lato il ricordo dei giorni di difficoltà è ancora presente nella memoria di tanti; dall’altro la nuova corsa sta già creando nuove sfide. Sfide che si combinano a storici ostacoli che il sistema non ha (ancora) rimosso. I ritmi risultano oggi ancora più frenetici di qualche tempo fa e quindi gli ostacoli di sempre sembrano più ravvicinati l’uno all’altro. La scarsa propensione ad innovare in modo sistematico e consapevole (a parte il fenomeno dell’industria 4.0) rende oneroso scaricare a terra il rinnovato spirito competitivo in termini di risultati. La difficoltà di rendere strutturale un significativo incremento delle produttività mette alla prova non solo la resilienza degli individui e delle organizzazioni ma anche la vera e propria resistenza ai carichi di lavoro.

In questo contesto la vera natura della resilienza emerge come forte tratto distintivo, facendosi valere per la sua dote di anti-fragilità: ovvero per la capacità di superare ed “assorbire” situazioni di shock evolvendo la modalità comportamentale per renderla più idonea e consona al mutare delle condizioni ambientali.

Così tutti coloro che dimostrano di saper assorbire, metabolizzare, elaborare ed evolvere i propri comportamenti  anche a fronte di urti estremi trovano sempre maggiore spazio nelle gerarchie aziendali e acquisiscono la consapevolezza di poter mettere in campo prestazioni di livello superiore anche in situazioni estreme.

L’osservabile efficacia dei loro comportamenti comincia ad essere coltivato dalle organizzazioni come “role model” e la diffusione di questi comportamenti sia che avvenga per via imitativa che per via maieutica viene sostenuta dalle organizzazioni che intendono mettere a segno progressi distintivi rispetto alla concorrenza.

Come Business Coach noi lavoriamo sempre per abilitare una trasformazione comportamentale. Questo vuol dire intervenire sull’agire osservabile dei singoli e dei team. Osservabilità che è magistralmente rappresentata dal “Paradise bird”, il piccolo volatile sudafricano che prima prepara la scena di corteggiamento e poi mette in pratica un ballo con lo scopo di coinvolgere la femmina, dando per acquisto che lei, appunto, lo possa osservare.

Una danza che, esattamente come per i comportamenti aziendali, oltre ad essere eseguita implica l’osservazione di un terzo, ovvero una forma di relazione senza la quale viene meno l’efficacia stessa dell’azione.

Cosa vuol dire quindi essere resilienti se lo leggiamo come un comportamento che si esprime  in una dimensione relazionale? 

Secondo il dizionario  delle competenze di SCOA – The School of Coaching i comportamenti resilienti possono essere così descritti:

  1. Raccoglie e osserva i segnali che preludono ad eventi traumatici, verificando e censendo le risorse disponibili per affrontarli.
  2. Raccoglie e riorganizza le risorse disponibili a seguito di uno shock per utilizzarle in un nuovo piano di azione.
  3. A seguito di un evento grave, lavora per far evolvere la propria situazione e per sostenere l’evoluzione del sistema che lo circonda al fine di acquisire una condizione migliorativa e/o di vantaggio. 
  4. Si mantiene preparato e vigile, in modo da poter affrontare eventuali momenti di shock, per poi poterli sfruttare a vantaggio del proprio sviluppo e della propria crescita.
  5. Elude o assorbe l’impatto di eventi significativi in modo attivo, utilizzando il sapere messo a disposizione dalla propria e dall’altrui conoscenza. 

Nel corso del 2017 abbiamo potuto testare quanto quest’ultimo comportamento sia risultato particolarmente rilevante nel governare situazioni critiche inattese.  Eludere o assorbire l’impatto di eventi percepiti come “traumatici” si è rivelato vincente in termini di prestazioni e la via che ha condotto alla messa in pratica di tali comportamenti ha seguito un percorso anche emotivo.

La capacità di accogliere, digerire, elaborare e socializzare l’impatto emozionale di questi eventi ha reso capaci le persone di mettere in azione nuovi comportamenti, trasformandoli in soggetti più resilienti, decisamente più maturi e consapevoli delle risorse di cui dispongono. 

In questo senso la dimensione comportamentale ha messo a frutto la capacità di trasformare in modo costruttivo quella emotiva; così come la prestazione individuale ha beneficiato di un processo di condivisione e socializzazione del sentito dei singoli.

Un intreccio ed un processo efficace, vincente che abbiamo potuto osservare anche in alcune tra le altre più frequentate competenze del 2017 e di cui racconteremo in un prossimo post. 

Questo blog post è stato redatto a quattro mani insieme all’artista e visual business Coach Anja Puntari

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