Orientamento al risultato e flessibilità: come allenarle in modo efficace

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Come vi immaginate il futuro, per esempio il 2030? Questa la domanda rivolta a più di mille giovani italiani, tutti dai 15 ai 30 anni, nel recentissimo sondaggio condotto da BNP Paribas Cardif. Più della metà degli intervistati, concorda su un aspetto: il concetto delle 8 ore di lavoro è destinato a sparire, lasciando il posto ad una giornata lavorativa più corta, di 5 ore.

Niente di assurdo o di totalmente nuovo, in effetti: l’idea che ridurre le ore lavorative consenta di aumentare il benessere e la produttività dei lavoratori è già diffusa da diversi anni, e ultimamente sta diventando la realtà in molti paesi del mondo. Islanda, Spagna, Belgio, sono solo alcune tra le nazioni in cui le aziende stanno concretamente sperimentando la settimana da 4 giorni, osservando già i benefici – anche proprio per l’azienda, in termini di rendimento – del lasciare più tempo libero alle persone.

Work-life balance: una questione sempre più complessa

Quello del work-life balance è un tema sempre più sentito e cruciale per i lavoratori di oggi, soprattutto a seguito dei recenti cambiamenti nello scenario lavorativo: dopo il Covid-19 la normalizzazione dello smart working e del remote work ha posto nuove importanti sfide a questo proposito, aprendo la possibilità di lavorare a qualsiasi ora, ovunque ci si trovi. All’inizio la paura poteva essere quella di vedere ridotta la produttività aziendale per l’impossibilità di controllare “a vista” l’impegno dei dipendenti. Le previsioni però erano solo parzialmente corrette: le persone hanno inaspettatamente lavorato molto di più, non avendo più limiti oggettivi, chiari e definiti dall’esterno, senza però un proporzionale aumento della produttività.

Abbiamo in sostanza avuto la dimostrazione del fatto che tempo di lavoro e produttività non sono direttamente proporzionali e l’aumento del primo non comporta un aumento della seconda in una progressione lineare, all’infinito. Un grande insegnamento, a cui è seguita la sempre maggior attenzione per tematiche quali la valorizzazione del tempo libero, dello svago, della noia, fondamentali per il benessere ma anche per la creatività, per pensare, riflettere, per avere buone idee, per prendere decisioni migliori. La consapevolezza relativamente a questi temi è aumentata, anche se poi non è stato sempre semplice agire di conseguenza.

In quest’ottica, le riforme orientate alla riduzione dell’orario lavorativo sembrano una naturale conseguenza ed in parte sono senza dubbio espressione del sentito di questa epoca: siamo arrivati a lavorare troppo, sacrificando il benessere psicofisico e il riposo, e abbiamo sperimentato come ciò rischi di renderci stanchi, poco motivati, poco efficaci e poco produttivi. Questo anche a causa dell’assenza di limiti di orario. Ora li rimettiamo, in modo non solo da rendere immediato il confine tra lavoro e non lavoro, ma anche da dare maggior spazio al secondo (sempre con l’obiettivo di un miglioramento anche del primo).

In realtà la situazione è più complessa di così, e non è riducibile ad una questione puramente di orario. Se da una parte infatti senza dubbio lavorare troppo e non porsi dei limiti è poco sano e alla fine poco proficuo, dall’altra parte anche cadere nella tendenza opposta di far riferimento all’orario come principale e inconfutabile criterio nel lavoro non porta risultati migliori.

Le stesse proposte di settimana lavorativa più corta non si basano strettamente ed esclusivamente sulla questione oraria. Se così fosse, infatti, vorrebbe dire in un certo senso tornare indietro, dimenticando gli apprendimenti che, a maggior ragione nelle difficoltà, ci sono rimasti da questo periodo particolare.

Abbiamo infatti anche imparato ad apprezzare i lati positivi del lavoro scollegato da orari e luoghi fisici – tant’è che le ricerche mostrano chiaramente l’intenzione di mantenere, almeno parzialmente, la modalità da remoto. Se da una parte ci ha posto di fronte ad una complessità nuova, esponenzialmente maggiore, dall’altra parte ci ha però mostrato anche molte potenzialità e comodità, a cui non solo non sarebbe proficuo e sensato rinunciare, ma a cui comunque non saremmo disposti a rinunciare.

Di per sé, nelle nuove condizioni lavorative, rimanere vincolati ad una concezione di orario suona obsoleta. Abbiamo infatti sviluppato una grande flessibilità – anche se talvolta l’abbiamo confusa con il dovere di essere reperibili sempre e, dall’altra parte, con il diritto di chiamare a qualsiasi ora del giorno e della notte. La possibilità di scegliere quando lavorare poi ci permette di conciliare meglio le nostre esigenze personali, ma anche sfruttare le ore in cui siamo più attivi e abbiamo più energie: c’è chi produce di più alle 5 del mattino, e chi invece si attiva solo intorno alle 18.00 ma potrebbe andare avanti fino a tarda notte.

Pertanto, che cos’è meglio? Lavorare meno ore ma lavorare meglio, oppure lavorare in maniera flessibile senza riferimenti orari? In realtà né l’una né l’altra, o forse entrambe le cose insieme. Non è infatti un aut-aut, anzi sarebbe un errore irrigidirsi in una delle due opzioni, senza considerare l’altra. Quello che serve è un atteggiamento diverso, capace di una considerazione più ampia.

L’obiettivo qui non è, tra l’altro, trovare una risposta, quanto piuttosto stimolare una riflessione su queste tematiche, ponendo l’attenzione a quelle che sono le difficoltà principali che esse possono generare nella vita delle persone e delle organizzazioni.

Orientamento al risultato e flessibilità

È senza dubbio riduttivo guardare all’orario come un confine rigido tra lavoro e non lavoro anche perché, quando questo confine è imposto dall’esterno, è più difficile valorizzare a pieno il proprio tempo e le proprie competenze e ottimizzare la produttività.

In generale forse, per stare nell’attuale scenario lavorativo è opportuno assumere una prospettiva diversa, spostando il focus dall’orario agli obiettivi.

Diviene così fondamentale allenare la competenza dell’orientamento al risultato, che richiede di definire in modo chiaro e rendere il più possibile espliciti quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere, come singolo, come team e come azienda, stabilendo delle priorità e identificando la strada più efficace, che consente di ottimizzare tempo ed energie e che dunque porta ai risultati desiderati in maniera più mirata. Presente nel Dizionario delle competenze del toolkit flowknow, questa competenza è allenabile attraverso la messa in atto di alcuni specifici comportamenti osservabili:

  • stabilire obiettivi specifici per sé e per gli altri, articolandoli in attività secondo la disponibilità delle risorse e alle priorità;
  • comunicare chiaramente e concretamente i risultati che si vogliono raggiungere, mantenendo informate le persone coinvolte;
  • identificare il percorso che garantisce l’effettivo raggiungimento dei risultati;
  • delegare compiti e chiedere aiuto in modo da assicurare l’esecuzione del lavoro previsto;
  • mantienere il proprio impegno e quello altrui focalizzato sugli obiettivi.

In realtà, è proprio questa l’idea su cui si basano i tentativi di riduzione della settimana lavorativa, al di là che si parli di lavorare un giorno in meno o due ore in meno ogni giorno: per produrre di più e lavorare meglio, non serve lavorare di più, serve rimanere concentrati, focalizzati, allineati, organizzati, motivati. Da una parte, l’orientamento al risultato è strettamente connesso ad un’altra competenza, come abbiamo già menzionato centrale nel lavoro di oggi: la flessibilità. Dall’altra parte, però, anche mantenere un riferimento all’orario può fare la differenza per non strafare e rimanere produttivi ed efficaci.

Anche considerando gli ultimi due anni, anzi, nel mondo di oggi restituire almeno in parte all’orario il suo valore può renderlo un monito importante per sé e per gli altri su quando è il momento di staccare, e anche un deterrente alla disorganizzazione, alla tentazione di procrastinare, di svolgere i task frammentati tra i vari impegni o mentre si sta facendo altro.

Il rischio principale, altrimenti, è principalmente quello di confondere l’orientamento al risultato con l’essere “stacanovisti”, con l’alzare l’asticella sempre più su, trasformare la possibilità di lavorare ovunque e a qualsiasi ora nell’ossessione di lavorare sempre. L’orientamento al risultato è infatti connesso ad una volontà di lavorare sulle proprie aree di miglioramento, mirando ad uno sviluppo continuo e ad un potenziamento delle performance. Questo, però, a sua volta può impattare anche negativamente sull’organizzazione e sulle attività dei propri collaboratori, rendendo i processi di lavoro meno immediati e più dispersivi.

La flessibilità e l’orientamento al risultato, per essere davvero proficui, non coincidono propriamente con la disponibilità perenne, 24 ore su 24 – e nessuno lo sosterrebbe ragionevolmente, almeno sul piano teorico. Ma nella prassi poi non è semplice. Al di là della difficoltà individuale di porsi dei limiti appropriati, sia in positivo che in negativo, da un lato staccando la testa al momento opportuno dall’altro mantenendo la concentrazione, un’applicazione poco sana della flessibilità e dell’orientamento al risultato pongono alcune sfide che hanno un impatto a livello organizzativo.

Quando si lavora in un’azienda, non si è da soli. Si è parte di un team, o magari anche di più team, di una realtà più grande con cui si condividono obiettivi, valori, strategie. L’individuo dunque è inserito all’interno di un intreccio di relazioni, in cui i soggetti coinvolti sono tra loro interdipendenti, anche a livello lavorativo. Il mio risultato è connesso a quello degli altri e viceversa, il lavoro di ciascuno si inserisce in un processo più ampio, in cui ciascuno fa una parte e dà il suo contributo.

La difficoltà allora diventa non solo darsi dei limiti – cosa come abbiamo visto già faticoso di per sé – ma anche far sì che questi siano compatibili con quelli degli altri. Se il confine è l’orario, il problema non si pone. Sappiamo che tutti lavoreranno dalle 9 alle 18. Ciascun lavoratore sa che se desidera ricevere una risposta o ha bisogno di un’informazione, dovrà necessariamente chiederla non prima delle 9 e non dopo le 18, ma sarà anche sicuro di riceverla in quel lasso di tempo. Ne ha la certezza. Certezza che invece crolla, nel momento in cui ci sganciamo dalla logica stringente dell’orario. Il fatto che io possa lavorare alle 22.00 e dedicarmi agli impegni personali alle 10.00 del mattino, se diventa la regola, da potenzialità può trasformarsi in un ostacolo alle dinamiche organizzative, rendendo più difficile l’allineamento con gli altri collaboratori, e di conseguenza anche la coesione e l’ingaggio.

Questo chiaramente non significa rinunciare alla possibilità di organizzare il lavoro in maniera diversa da prima. Vuol dire però che diventa ancora più importante da una parte porre attenzione alle conseguenze del proprio lavoro, in modo da non essere da impedimento o rallentare gli altri, dall’altra allenare anche in questo senso un atteggiamento più flessibile alle esigenze degli altri. E, di nuovo, la chiave è mettere al centro gli obiettivi, sia individuali sia collettivi, in modo da creare anche le condizioni per cui l’organizzazione del lavoro, che non può più far leva sui confini di orario, rimanga solida, chiara, esplicita, funzionale al lavoro di tutti.

Si tratta di una responsabilità di tutti, nessuno è responsabile più di altri: il singolo, i collaboratori, i colleghi, i superiori, ognuno deve fare la sua parte.

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