Flessibilità in azienda: sapersi muovere e stare fermi

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Il bambù è una pianta che si adatta molto bene alle condizioni avverse: si piega al vento e alle intemperie ma le sue radici solide e il fusto robusto le conferiscono la capacità di tornare sempre nella sua posizione naturale senza spezzarsi. Sopravvive a terremoti anche molto intensi e, una volta recisi i suoi germogli, il bambù si rigenera e cresce più rigoglioso e vigoroso di prima. Addirittura, si narra che proprio un boschetto di canne di bambù fu l’unico a sopravvivere al bombardamento atomico su Hiroshima.

Le flessibilità del bambù si traduce poi anche in una sua proprietà caratteristica, quella di essere costituito da un legno duttile e malleabile, adatto agli impieghi più disparati. Non a caso, la pianta di bambù rappresenta spesso un simbolo di adattabilità, duttilità, elasticità, resilienza.

La flessibilità sul lavoro

La flessibilità, soprattutto in ambito di business, e a maggior ragione negli ultimi tempi, rappresenta un concetto che è necessario approfondire.

C’è un aforisma che in questo senso costituisce un interessante spunto: «Dio, concedimi il coraggio di cambiare quello che posso e la serenità di accettare quello che non posso cambiare».

La prima parte della frase ha a che fare con ciò che può essere cambiato: qui è centrale il coraggio di attuare un comportamento che sfidi le abitudini, che possa metterle in discussione consentendo di adottare modelli nuovi e capaci di portare un miglioramento; la seconda parte della frase riguarda invece la capacità di accettare ciò che non può essere cambiato: la parola chiave è in questo caso accettare, concetto sempre più centrale nel mondo del business.

Poiché le aziende impongono spesso vincoli e situazioni da noi non modificabili, una buona via d’uscita per la nostra efficacia e, soprattutto, per il nostro benessere, è lasciare andare quella parte di noi che si irrigidisce di fronte a ciò che non ci piace, a ciò che può generare rabbia o frustrazione, con il rischio di inquinare emotivamente le nostre giornate e la nostra lucidità di azione.

Questo aforisma ci insegna ad agire quando ne può valere la pena per la nostra crescita professionale, per perseguire un valore importante per noi e, allo stesso tempo, ci insegna a lasciare andare, a passare sopra ciò su cui non abbiamo potere.

Come essere flessibili in azienda?

Adattarsi, essere flessibili, non significa accettare del tutto le situazioni che dobbiamo affrontare: questo significherebbe essere arrendevoli, cedevoli e deboli. Significa piuttosto non irrigidirsi di fronte agli eventi ed entrare in una relazione virtuosa con loro. Significa trovare la propria personale modalità per stare nelle condizioni in cui viviamo, e da cui non possiamo prescindere. Non significa snaturarsi, ma costruirsi la propria identità prendendo nutrimento delle situazioni e delle relazioni che ci circondano.

Questo, poi, vuol dire saper mantenere il proprio punto di vista e allo stesso tempo accogliere quello altrui. Richiede quindi un’apertura all’ascolto, un ascolto attivo, orientato cioè a far spazio a chi si ha di fronte e al contesto esterno. Richiede quindi di comprendere l’altro senza la fretta di imporre la propria idea, ma con l’intenzione di creare un dialogo, uno scambio reciproco.

È necessario anche darsi tempo per metabolizzare ciò che succede, capire i propri punti di forza e quelli su cui invece è richiesto di lavorare. La flessibilità è per questo strettamente connessa al concetto di resilienza, divenuto quasi un simbolo del periodo storico attuale. Essere resilienti significa appunto saper stare nei cambiamenti esterni, saper reagire positivamente e attivamente agli ostacoli che si incontrano sulla propria strada: non significa subirli passivamente, né cercare a tutti i costi di contrastarli, bensì prenderne atto, coglierne anche spunti per crescere e uscirne con un valore aggiunto.

Per ritornare alla metafora, opporsi al vento significherebbe per il bambù danneggiarsi o addirittura spezzarsi. Le canne di questa pianta invece seguono il ritmo del vento mantenendo la propria forza originaria nelle radici, continuando a crescere rigogliose.

In azienda la flessibilità è proprio questa: adattarsi alle esperienze e alle situazioni che scegliamo o a quelle che siamo costretti ad affrontare.

La flessibilità è una competenza professionale fondamentale: pensare di avere tutto sotto controllo è solo un’illusione.

Oggi la vera sfida è sapersi muovere tra un cambiamento e l’altro senza perdere energia e spirito positivo, e tutto questo richiede flessibilità: una cultura aziendale non flessibile non lascia spazio al cambiamento, porta ad agire comportamenti disfunzionali, a cercare il colpevole quando le cose non vanno nel modo sperato e ad assumere un atteggiamento sempre critico nei confronti del nuovo.

Un approccio flessibile, invece, porta a dare il proprio contributo in azienda mettendo in equilibrio l’agire determinato con il saper accogliere i limiti propri e altrui.

L’educatore e scrittore statunitense Stephen Covey dice: «Se volete realizzare cambiamenti e miglioramenti di lieve entità, lavorate sui comportamenti. Ma se volete realizzare miglioramenti significativi e importanti, lavorate sulle convinzioni». Le parole di Covey ci invitano ad allenare la flessibilità prima di tutto mettendo in discussione noi stessi, le nostre convinzioni e i nostri pensieri prevalenti.

Ancorarsi alle proprie certezze può dare una sensazione di sicurezza, l’ignoto spaventa perché richiede in primo luogo di mettersi in gioco, rivedere le proprie priorità e magari anche far fatica. Aprirsi al diverso invece richiede di contrastare la tendenza umana di aggrapparsi a ciò che è abituale, a ciò che conosciamo: sospendere il giudizio su ciò che accade e cominciare a riflettere consente di mettere in moto un processo di trasformazione interiore, cui poi possono seguire i cambiamenti esterni.

Se facciamo nostro questo punto di vista, è sulla base di quanto mettiamo in discussione le nostre credenze che avremo una maggiore o minore flessibilità.

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