Jobpocalypse: e se nel mondo del lavoro non ci fosse posto per la Gen Z?

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Jobpocalypse: un problema attuale e reale, la cui soluzione, quando verrà trovata, potrebbe cambiare completamente l’assetto delle aziende come oggi lo conosciamo.

Jobpocalypse: e se nel mondo del lavoro non ci fosse posto per la Gen Z?

Recentemente, su The Guardian è uscito un articolo che colora il futuro del mondo del lavoro (e delle nuove generazioni in generale) di tinte piuttosto fosche: senza usare mezze misure, infatti, si parla di Jobpocalypse, l’apocalisse del mondo del lavoro. Un termine che potrebbe sembrare che punti sulla sensazionalità per diventare virale (cosa che infatti è accaduta), ma che in realtà solleva un problema attuale e reale, la cui soluzione, quando verrà trovata, potrebbe cambiare completamente l’assetto delle aziende come oggi lo conosciamo.

Ma andiamo con ordine: che cosa si intende per Jobpocalypse?

Se entra l’AI la Gen Z esce?


Lo studio del British Standard Institution, che ha coinvolto aziende di Cina, Giappone, Australia, Germania, Stati Uniti e Regno Unito, parla chiaro:
per il 41% delle organizzazioni, quando si tratta di svolgere nuove attività che verrebbero assegnate a uno stagista o un entry level, è ormai prassi, come prima soluzione, verificare se c’è un tool di Intelligenza Artificiale che può completare i relativi task. Solo dopo, a fronte di una risposta negativa, valutare l’assunzione di una persona. Lo stesso report di BSI mostra come nelle aziende tra le parole più usate il termine “automation” compaia sette volte più frequentemente rispetto a “reskilling” o “retraining”.

Il motivo è facilmente immaginabile: la riduzione dei costi.

Eppure un costo questa scelta ce l’ha e non è tanto a livello aziendale, quanto sociale e, soprattutto, globale. 

 

C’è infatti una nuova generazione di talenti, la Gen Z, che sta completando gli studi e in questo momento si sta affacciando per la prima volta sulle possibilità lavorative, ma non ne vede. Se le difficoltà con cui si sono interfacciate le generazioni precedenti comprendevano crisi economiche, instabilità politiche, tassi di disoccupazione in aumento, a tutto questo i più giovani oggi devono aggiungere anche una nuova, terribile, consapevolezza: stagisti ed entry level non servono più. 

Come faranno quindi i nuovi e futuri talenti ad accedere a un mondo del lavoro in cui non c’è spazio per chi inizia?

E cosa ancora più importante, come faranno ad acquisire le competenze che servono loro per crescere?

Come si può evitare che questa contrazione nel mercato del lavoro non abbia come conseguenza la mancata formazione professionale di un’intera generazione?

Susan Taylor Martin, Chief Executive of BSI, spiega molto bene il problema: “L’AI rappresenta un’opportunità enorme per le aziende di tutto il mondo, ma se da un lato è vero che permette di ottenere produttività ed efficienza, dall’altro è importante per noi non perdere di vista il fatto che sono le persone che rendono possibile il progresso. La nostra ricerca dimostra chiaramente che la sfida del nostro tempo è tenere insieme Intelligenza Artificiale e una forza lavoro in grado di svilupparsi. C’è un bisogno urgente di un pensiero a lungo termine e di investimenti sulla forza lavoro, oltre che sull’AI, per fare in modo che l’occupazione rimanga produttiva e sostenibile”.

In questo momento è ancora difficile vedere soluzioni per evitare la jobpocalypse, ma abbiamo chiesto a Roberto Degli Esposti, Managing Partner di Performant, e Maria Luisa Cammarata, Global Chief People Officer di Gi Group Holding, di darci una loro prospettiva su questo argomento.

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 Roberto Degli Esposti: “Parlo tutti i giorni con CEO ed HR Director e questo è un tema che è molto sentito. Il problema c’è e lo stiamo vedendo arrivare. Come Performant abbiamo anche fatto un evento a novembre proprio dedicato a come le organizzazioni dovrebbero ripensarsi in vista dell’esplosione dell’AI e si è discusso anche di questo. Se dovessi fare una previsione su quello che potrebbe succedere nei prossimi anni, sulla base di quello che recepisco dalle conversazioni con le aziende, partirei dalle competenze e dalla formazione. Direi che le discipline STEM perderanno terreno rispetto a quelle umanistiche: tutto ciò che è “dato” può essere automatizzato, il fattore umano no. Le competenze soft diventeranno sempre più rilevanti, nello specifico empatia, capacità decisionale e pensiero critico. La capacità di comprendere, discernere e ragionare saranno le più importanti per il futuro.”

Maria Luisa Cammarata: “È un problema grosso che è già argomento di studio: se le competenze non vengono trasferite ai giovani on the job, i giovani queste competenze non le avranno mai. Che impatto questo avrà ancora non lo sappiamo, però quello che è probabile è che i giovani che entreranno nel mondo del lavoro nei prossimi mesi o anni avranno un ruolo diverso da chi si è trovato al loro posto in precedenza: non dovranno fare quello che fa la macchina, ma per insegnare alla macchina quello che deve fare. I giovani hanno molta più competenza sull’AI rispetto alle generazioni più grandi e quindi l’aspetto che acquisirà sempre più importanza sarà il reverse mentoring: i giovani possono fare da ponte tra le competenze che non servono più e il valore aggiunto che può arrivare dall’AI.”