L’importanza del Coachee nell’Executive Coaching

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Il mestiere del Coach è per per sua natura così ovvio da apparire di difficile comprensione. Sembra un paradosso ma non lo è. Ancora più ovvio appare nella sua declinazione di "Business Coach", l'unica che frequento sia personalmente sia insieme ai miei colleghi di Performant by SCOA.

Un decisivo contributo a chiarire cosa sia il mestiere del Coach arriva dalla traduzione del termine in Italiano: allenatore. Si tratta quindi di una professione che dato un campo di applicazione e uno o più soggetti abilita e sostiene il miglioramento della loro performance. In fondo è tutto qui. Anche se in questo tutto c’è, almeno dal punto di vista di chi esercita questo mestiere, una ricerca, una preparazione, una vicinanza ed una illuminante gratificazione che questa semplice definizione può rendere meno evidente.

Nell’affiancare una o più persone perchè attivino prestazioni di livelli superiori rispetto al passato non buone, non ottime, ma migliori- si può inciampare spesso in un dilemma: quando finisce il percorso? Quando si può dire che il lavoro è finito? Chi è l’arbitro che fischia la fine della partita e premia il risultato? Il Coachee. È solo il Coachee a poter dare per raggiunto un obiettivo che egli se stesso si è posto e per molti questo obiettivo di miglioramento è sempre il prossimo. Il tratto più consistente e comune che riscontro nei percorsi con Executive ed imprenditori di successo è la solida inesauribile determinazione a migliorarsi, l’impegno e l’applicazione con cui lo fanno ed il gusto, il piacere sincero e gratificante di cui godono nello sfidarsi, nel mettersi alla prova. Seguo Coachee da anni.

Alcuni miei colleghi internazionali mi raccontano di percorsi che proseguono praticamente per tutta la carriera.E in tutti questi casi si tratta di persone di talento (riconosciuto) di successo (progressivamente incrementato) e di straordinaria confidenza con la ricerca ed il superamento dei propri limiti. E’ talvolta questa ricerca, magari combinata con la decisione non del tutto consapevole di seguire un percorso di Coaching che può portare la relazione di aiuto ai confini della professione del Coach.

Succede ad esempio che la decisione di intraprendere un percorso sia arrivata su “suggerimento” (dell’azienda, del capo, del miglior amico) ma non maturata consapevolmente. Questa circostanza può determinare l’insuccesso del percorso, ovvero il mancato ottenimento del miglioramento delle performance, ma sovente può indurre lo stesso Coach ad evadere dal suo territorio per perlustrarne altri (in particolare quello dell’analisi psicologica) alla ricerca della chiave di accensione dell’ingaggio del Coachee. So che può succedere e so che è successo. E quando davvero accade i rischi possono essere elevatissimi. Succede tanto più frequentemente quando il Coach ha una preparazione da analista, da psicologo o, peggio ancora, pensa di averla. Nel tracciare il confine tra la professione del Coach e le molteplici soluzioni in grado di offrire supporto agli individui ed ai gruppi vedo aprirsi come sempre succede un doppio fronte: normare, quindi regolamentare ai diversi possibili livelli (leggi, albi, codici, etc) e dibattere sull’inesauribile tema dell’etica (etica professionale, comportamentale, individuale, sociale, etc).

Trovo questa naturale evoluzione delle cose decisamente noiosa quanto irrilevante. Me ne tengo alla larga, salvo rispettare le norme (quando ci sono) ed i codici di deontologia professionale (quello della EMCC – European Mentoring and Coaching Council nel mio caso). Ma oltre a questa diligenza non vado. Non prendo in considerazione nessun contributo ne attivo ne passivo a queste dimensioni.

Posseggo una formidabile risorsa e due tecniche in cui sono profondamente confidente. La mia risorsa è il Coachee. La sua apertura al percorso di miglioramento e la sua consapevolezza che di questo e nient’altro si tratta. La sua dedizione ed il suo impegno. L’osservazione del progredire delle sue performance. Questa è la fonte da cui attingo la convinzione che sto facendo il mio mestiere di Coach E poi gli strumenti. La domanda. E l’ascolto. Passo ore con i miei Coachee ad ascoltare e a fare domande. E dunque nel dubbio ne faccio una in più, chiedo ancora una volta se lei, lui o loro stanno misurando e verificando progressi nella loro performance. Poi con grande piacere li ascolto e mi godo la risposta.

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