Se le tue performance non sono pienamente efficaci, forse è perché hai una bassa self-efficacy

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Quante volte, sul lavoro, ci sentiamo in difficoltà rispetto ad un incarico e temiamo di non riuscire a produrre pienamente il risultato o l’effetto desiderato? E quante volte, al contrario, ci sentiamo portati per un task e sentiamo di poterlo affrontare con successo?

Spesso in queste situazioni si fa riferimento al tema dell’autostima professionale, ma in modo più puntuale possiamo parlare degli impatti della cosiddetta self-efficacy o percezione di auto-efficacia. Si tratta di un costrutto psicologico ampiamente studiato a partire dalla fine degli anni ’70 (il primo articolo incentrato su questo tema è a cura di Bandura, A. (1977): Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change. Psychological Review, 84, 191–215) per comprendere i modelli di comportamento umano, ma che solo in anni più recenti ha portato ad interessanti riflessioni in ambito lavorativo, soprattutto per i suoi impatti sulla agentività delle persone.

La self-efficacy ha a che fare con la percezione soggettiva di quanto possiamo essere efficaci nel portare a termine un compito o nel raggiungere uno specifico obiettivo. Non è quindi da confondere con l’abilità oggettiva di essere efficaci nelle attività che svolgiamo.
Non è un tratto di personalità e può variare significativamente in coerenza con il task specifico cui si riferisce, il contesto, le esperienze pregresse dirette, ma anche l’accesso a quelle altrui in ambiti coerenti con il compito specifico.
La self-efficacy ha un significativo impatto sulle prestazioni: come dimostrano molte ricerche, un alto livello di percezione di auto-efficacia infatti è correlato ad un più alto livello di performance. Un esempio è lo studio condotto da Stajkovic e Luthans (1998), in cui l’aumento dell’autoefficacia ha comportato un aumento delle prestazioni del 28%. Le ricerche dimostrano infatti che una buona percezione di auto-efficacia motiva gli individui a persistere nonostante le battute d’arresto, a diventare più attivamente coinvolti in un compito e a lavorare di più e più a lungo per raggiungere i risultati desiderati.

La self-efficacy ha quindi la capacità di influenzare svariati ambiti di grande impatto nella sfera lavorativa:

  • L’autoefficacia influenza gli obiettivi di sviluppo o di performance che i dipendenti scelgono per se stessi. I dipendenti con bassi livelli di autoefficacia tendono a fissare obiettivi relativamente bassi per se stessi. Al contrario, è probabile che un individuo con un’elevata autoefficacia si prefigga obiettivi personali elevati e sfidanti. La ricerca indica che le persone non solo imparano, ma si comportano in modo coerente con le proprie convinzioni di autoefficacia.
  • L’autoefficacia influenza l’apprendimento e l’impegno che le persone dedicano al lavoro. I dipendenti con un’elevata autoefficacia in genere lavorano duramente per imparare a eseguire nuovi compiti, perché sono fiduciosi che i propri sforzi avranno successo. I dipendenti con bassa autoefficacia possono esercitare uno sforzo minore nell’apprendimento e nell’esecuzione di compiti nuovi o fuori dalla propria area di comfort, perché non sono sicuri che lo sforzo porterà al successo.
  • L’autoefficacia influenza la persistenza con cui le persone affrontano compiti nuovi e difficili. I dipendenti con un’elevata autoefficacia sono fiduciosi di poter apprendere e svolgere un compito specifico. Pertanto, è probabile che mettano in campo una maggiore resilienza e che cerchino modalità e approcci nuovi e più funzionali anche quando emergono problemi. Al contrario, i dipendenti con bassa autoefficacia tendono a rinunciare quando emergono problemi.

In breve, in un’ampia revisione della letteratura sull’autoefficacia, Albert Bandura e Edwin Locke (2003) hanno concluso che l’autoefficacia è un potente fattore determinante delle prestazioni lavorative.

L’elemento che trovo estremamente interessante come Business Coach è la possibilità che ognuno di noi ha di agire sulla propria self-efficacy: comprendere quali comportamenti mettere in pratica per incentivarla, in noi e negli altri, permette di ottimizzare le performance professionali, raggiungere obiettivi più sfidanti e ottenere risultati migliori, sia a livello individuale che collettivo. Una possibilità non solo affascinante ma anche estremamente concreta!

In che cosa dunque consiste la self-efficacy? In che modo ci influenza e come possiamo noi influenzarla, per massimizzare la nostra efficacia professionale effettiva?

Come la self-efficacy impatta sulle performance

Sappiamo tutti molto bene quanto la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità possa fare la differenza sul proprio rendimento e sui risultati che si possono ottenere. Quasi come una profezia che si autoavvera, quando siamo convinti della possibilità di farcela, sembra anche più facile che ciò si realizzi, mentre quando ci lasciamo prendere dallo sconforto sembra diventare tutto più difficile.

In realtà non si tratta solo di una sensazione: numerosi studi empirici confermano che la nostra percezione soggettiva di quanto possiamo essere efficaci nel portare a termine un compito o nel raggiungere un obiettivo influenza notevolmente la probabilità che questo si realizzi davvero.

Per riprendere le parole di Albert Bandura, lo psicologo canadese che maggiormente ha approfondito questo concetto, «il senso di autoefficacia corrisponde alle convinzioni circa la propria capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati. Le convinzioni che le persone nutrono sulle proprie capacità hanno un effetto profondo su queste ultime».

L’autoefficacia, e di conseguenza le performance, sono influenzate non solo dagli esiti oggettivi delle esperienze precedenti, ma anche e soprattutto dal senso che ciascuno di noi, soggettivamente, dà a queste esperienze, dal modo in cui ci auto-valutiamo e autovalutiamo le nostre azioni, dalle cause a cui attribuiamo successi ed insuccessi e dagli elementi che prendiamo in considerazione per spiegarli.

Questo a sua volta influisce positivamente sulle emozioni e sulla motivazione, ma non solo. Le persone con un alto senso di autoefficacia sono maggiormente spinte a porre le condizioni migliori per raggiungere i propri obiettivi, creando un ambiente fisico e sociale favorevole, in accordo con le proprie capacità e risorse.

Oltre che sulle nostre azioni effettivamente compiute, la self-efficacy ha un impatto profondo anche sulle nostre scelte: se elevata, ci sprona e spinge a confrontarci con situazioni sfidanti, metterci in gioco e “alzare l’asticella” dei nostri obiettivi. Coloro che hanno un’alta fiducia nelle proprie capacità riescono infatti a concentrarsi maggiormente sulle risorse da mettere in campo per arrivare alla meta con successo, piuttosto che sui possibili rischi di fallimento. Inoltre considerano gli errori e gli insuccessi non come sconfitte rappresentative della loro incapacità, ma piuttosto come occasioni per poter fare meglio, impegnarsi di più e trovare il modo per poter valorizzare a pieno le proprie competenze.

Questo significa che la self-efficacy contribuisce in maniera rilevante anche alla possibilità di crescita e apprendimento, sia nella vita privata che nella carriera: non solo perché consente di cogliere le opportunità che si presentano, invece che rifuggirle, ma anche perché permette di gestirle più efficacemente. Le aspettative iniziali di successo infatti influenzano le energie e gli sforzi che saremo disposti a mettere in campo, e di conseguenza anche il tempo in cui saremo disposti a perseverare nei tentativi.

Proprio per il suo grande impatto e le conseguenze che scaturiscono da essa, la self-efficacy è un elemento cruciale nelle organizzazioni. Un manager capace di mantenere alto il suo senso di autoefficacia riuscirà ad affrontare le sfide professionali con un atteggiamento maggiormente proattivo e funzionale, cogliendo l’aspetto sfidante delle difficoltà e così trovando più facilmente le energie e le risorse necessarie. Ma non solo: un manager consapevole delle leve della self-efficacy sarà in grado di sostenere i propri collaboratori in modo più puntuale e di accompagnarli verso una piena espressione – sia a livello individuale che di team – delle proprie potenzialità.

Aumentare il livello di self-efficacy diventa di interesse dell’intera organizzazione: ha un impatto sistemico, determinante per le aziende che vogliono attraversare i cambiamenti di scenario e di mercato, trasformandosi per rispondere adeguatamente ad essi e ottenere così un valore aggiunto.

Tenere alta la self-efficacy per performance migliori

Il livello di self-efficacy dipende da diversi fattori:

  • Le esperienze pregresse che ci capitano, il modo in cui noi le valutiamo e l’atteggiamento con cui le gestiamo;
  • L’osservazione dell’esperienza altrui: vedere altre persone che raggiungono determinati successi mettendo in atto determinate azioni aumenta la nostra convinzione di potercela fare e di possedere le medesime capacità;
  • La persuasione verbale da parte di altri, ed in modo particolare da parte di figure per noi significative in ambito professionale;
  • Gli stati emotivi e fisiologici: emozioni quali stress e ansia possono diminuire il nostro senso di autoefficacia. L’aspetto interessante però è che non è l’intensità delle reazioni fisiche ed emotive ad influenzarlo, bensì il nostro modo di gestirle e interpretarle.
  • Il contesto di cui facciamo parte: molti studi hanno dimostrato che ciò che vale per l’autoefficacia individuale si può estendere al gruppo di cui l’individuo fa parte. Possiamo parlare di autoefficacia collettiva: i singoli membri dello stesso team hanno la capacità di influenzarsi a vicenda, in un’interazione che ha effetti visibili sulle prestazioni collettive.

Tenendo a mente e agendo su questi aspetti possiamo incrementare concretamente il livello di autoefficacia in noi e nei nostri collaboratori. È utile quindi:

  • Imparare a gestire le proprie emozioni e il proprio corpo, per conoscere da un lato l’impatto emotivo e fisico che ciò che accade ha su di noi, dall’altro lato quali comportamenti e accorgimenti attuare per creare le condizioni più favorevoli al nostro successo;
  • Assumere un atteggiamento costruttivo nei confronti delle esperienze che viviamo, cercando di concentrarci sui nostri punti di forza in quelle positive, e di cogliere invece quelle negative come occasioni per migliorare. Investire in apprendimento dall’esperienza (da soli o con un buddy) significa cogliere un’opportunità davvero rilevante di accrescere la nostra percezione di auto-efficacia;
  • Ricercare feedback dai propri collaboratori, in modo da avere anche una prospettiva esterna su cui costruire la strada per gli obiettivi futuri;
  • Impegnarsi a dare feedback al proprio interlocutore, allo scopo di valorizzare i suoi punti di forza e sostenerlo;
  • Esporci a situazioni stimolanti. L’apprendimento dall’esperienza altri è spesso sottovalutato ma può essere una fonte di grande impatto: affiancare, osservare, capire come si muove un’altra persone nell’affrontare quelle che per noi sono sfide ci può aiutare ad aprire il ventaglio delle possibilità comportamentali che abbiamo;
  • Come Manager, aspettarsi il meglio dai propri collaboratori, fornendo feedback puntuali e aiutandoli a gestire il processo di apprendimento dall’esperienza in modo costruttivo e non giudicante, e spronandoli a mettersi in gioco ed esprimere in maniera esplicita fiducia nei loro confronti: uno studio del 2011 dimostra empiricamente che i leader possono aumentare l’autoefficacia dei propri dipendenti mostrando fiducia nelle loro capacità di avere successo.

Uno degli obiettivi nei percorsi di Business Coaching può essere proprio quello di stimolare e mantenere un più alto livello di self-efficacy del Coachee: lavorare su nuovi comportamenti, riflettere su quelli funzionali o meno in diversi contesti o relazioni porta un miglioramento concreto nel modo in cui riusciamo ad interpretare e a svolgere il nostro ruolo professionale, e investire sul nostro sviluppo. Come Business Coach, ritengo che riflettere sulla percezione di autoefficacia rappresenti nel lavoro con un Coachee un volano per un lavoro molto più rotondo su di sé in termini di self-management, ma anche sulla gestione di relazioni complesse e sulla gestione dei team di lavoro, per riuscire a spingerci oltre i limiti che sentiamo ed esprimere appieno le potenzialità che abbiamo.

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