Cosa vorresti realizzare? Siamo tutti imprenditori ma pochi lo sanno

Cosa vorresti realizzare? Siamo tutti imprenditori ma pochi lo sanno.
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In questo periodo storico caratterizzato da forte discontinuità nei rapporti di lavoro, bisogna a imparare a muoversi in esso, piuttosto che aspettare che questo cambi. Ragionare come imprenditori significa avere il pieno controllo della propria formazione e del proprio sviluppo, di ciò che si decide di fare e di ciò che si decide di non fare. In questo articolo vedremo che è fondamentale sviluppare la propria identità professionale e autogestirsi come una piccola impresa.

Visione, iniziativa, coraggio, passione, responsabilità: queste sono alcune delle parole che ci vengono in mente quando pensiamo agli imprenditori che hanno fondato aziende, o anche a semplici professionisti che hanno affrontato autonomamente il mercato del lavoro.

Molti vedono queste qualità come rischiose e non avranno mai il coraggio di intraprendere tali percorsi lavorativi. Anche nel linguaggio comune il termine “impresa” ci richiama al campo semantico della difficoltà e della scarsa possibilità di riuscita (“…sarà un’impresa!”) o addirittura qualcosa di audace, eroico, glorioso.

Tutti noi potremmo vedere la vita in un’ottica più imprenditoriale se ci confrontassimo più frequentemente con domande come: “Cosa vuoi realizzare nella tua vita?”, “quale impatto vorrai avere?”, “chi o cosa vuoi diventare?”.

“Le persone senza obiettivo subiscono il destino, le persone con obiettivi lo formano”, affermava Immanuel Kant. Avere in mente un obiettivo, o almeno una direzione, ci permette infatti di prendere decisioni di qualità, guidate da un senso.

In più il nostro presente è il risultato delle nostre decisioni passate, di una missione che più o meno consapevolmente ci siamo dati. In ogni decisione c’è un rischio: anche quando decidiamo di non decidere e non agire lo corriamo.

Quelli che rinunciano sono più numerosi di quelli che falliscono

Prendiamo un caso estremo: i NEET – Not engaged in Education, Employment or Training – persone che non sono impegnate nello studio, nel lavoro o nella formazione. Secondo i dati riportati nella ricerca di Domenico De Masi in Lavoro 2025. Il futuro dell’occupazione, in Italia i NEET sono pari al 23% di quella fetta della popolazione che conprende le nuove generazioni, e con questo dato occupiamo il 10° posto a livello mondiale. Questo significa che 186 paesi al mondo hanno una situazione migliore della nostra rispetto a questo problema.

Rinunciando a vivere, queste persone mettono in serio pericolo il loro futuro e rischiano di essere un problema economico e sociale enorme per le generazioni future.

Nel secolo scorso Henry Ford diceva che quelli che rinunciano sono più numerosi di quelli che falliscono. Oggi, in un mondo in continua accelerazione, rinunciare significa fallire. Si rischia di più a non fare nulla rispetto che a decidere di fare.

Il mito della crisi fra illusioni e convinzioni

Questo periodo storico è caratterizzato da una discontinuità nei rapporti di lavoro. Aggrapparsi all’illusione che lavoreremo nella stessa azienda per tutta la vita è dannoso.

In più, è diventato illusorio pensare che basti essere eccellenti studenti o lavoratori stakanovisti per avere la garanzia di un lavoro gratificante. Il mondo è pieno di persone promettenti che sono diventate disoccupate o che hanno dovuto accontentarsi di un lavoro al di sotto delle loro capacità.

Lavoratori dipendenti senza identità professionale

Esistono molti lavoratori dipendenti che sono frustrati, non stanno bene nell’azienda in cui si trovano, hanno la sensazione di non seguire i propri valori e l’illusione che in un’altra azienda la loro condizione sarebbe migliore. Ma se provano a cambiare, si accorgono che quasi ovunque la situazione è la stessa.

Vorrebbero fare un lavoro che valorizzi le loro competenze, li appassioni, li faccia sentire appagati. Tanti vorrebbero seguire i loro sogni, costruire qualcosa che per loro abbia un significato. Ma sono intrappolati in una sorta di gabbia dorata, dipendenti psicologicamente da una condizione che soddisfa un bisogno di sicurezza.

Quando dipendiamo da una condizione o da una variabile perdiamo la nostra identità e la nostra autonomia. L’azienda diventa il nostro confine e la nostra identità professionale coincide con il ruolo che ricopriamo in quel contesto lavorativo. Molti professionisti, anche con anni di esperienza e un’importante carriera alle spalle, quando rimangono senza lavoro o provano a proiettarsi fuori dall’azienda, hanno l’impressione di non saper fare nulla.

Inciampare in questa situazione non è conveniente alle persone tanto quanto alle aziende: le organizzazioni che hanno messo i propri collaboratori nelle condizioni di sviluppare autonomia e auto-imprenditorialità, hanno quasi sempre risultati migliori delle altre.

Quindi che fare?

Sia che siamo lavoratori dipendenti, disoccupati o studenti, possiamo iniziare a prendere consapevolezza che, nel nostro piccolo, siamo tutti potenziali imprenditori. Come tali, possiamo sviluppare l’attitudine e propensione verso il futuro: guardando ad esso possiamo ottenere molti risultati. Le persone in genere sopravvalutano ciò che possono ottenere in un anno e di conseguenza si danno degli obiettivi impossibili, e sottovalutano cosa possono ottenere in 5 anni. In 5 anni si può diventare esperti di un settore partendo da zero: possiamo diventare chi vogliamo diventare. In 5 anni non occorre avere obiettivi precisi, è sufficiente avere una direzione verso cui iniziare a muoversi. Gli obiettivi verranno pian piano, le priorità saranno sempre più chiare e le decisioni saranno cariche di senso.

Ragionare come imprenditori significa vivere il presente con una visione del futuro, investire il proprio tempo, relazionarsi e frequentare luoghi dove troviamo stimoli, innovazione, ispirazione. Significa avere il pieno controllo della propria formazione e del proprio sviluppo, di ciò che si decide di fare e di ciò che si decide di non fare.

Possiamo dare significato alla nostra esistenza, creare soluzioni o fare qualcosa che abbia un impatto positivo su noi stessi e sugli altri, possiamo arrivare a creare nuovi lavori e valore per la società.

Sviluppare una propria identità professionale

Chi siamo oggi professionalmente? Chi vogliamo diventare? Cosa ci serve imparare? Come possiamo esprimere il nostro valore?

Il self-management e il self-development sono competenze chiave per raggiungere una propria autonomia e identità professionale. Vedo che quando le persone iniziano a confrontarsi con queste domande potenzianti, iniziano a sviluppare queste competenze.

Come afferma l’Head Hunter Massimo Rosa, imparare a “dipendere da se stessi”, per quanto riguarda il sostentamento economico, è un fattore che chiunque dovrebbe acquisire.

Questo significa autogestirsi come una piccola impresa che possiede:

  • Il reparto Produzione, ciò che sappiamo fare
  • L’area Ricerca e Sviluppo, il continuo sviluppo e innovazione del nostro know how
  • Il Marketing, che ci permette di posizionarci
  • Il reparto HR, il continuo sviluppo delle nostre competenze
  • La funzione Commerciale, che gestisce il nostro valore e costruisce relazioni con i potenziali beneficiari del nostro saper fare
  • Il Procurement, che cura e sviluppa relazioni di qualità con il nostro network

Investire solo sulla “Funzione Produzione” senza curare le altre aree è rischioso per noi, esattamente come lo sarebbe per un’azienda che, in questo modo, non riuscirebbe a stare sul mercato.

Concentrarci sull’auto-sviluppo ci permette di diventare psicologicamente autonomi dall’organizzazione per cui lavoriamo, pur essendone formalmente dipendenti. Ci rendiamo così immuni da crisi o incertezze che caratterizzano il contesto e, allo stesso tempo, riusciamo ad essere più impattanti e a creare valore nell’organizzazione.

Intanto abbandoniamo la convinzione che il nostro obiettivo sia avere o cercare un posto di lavoro e ci concentriamo sull’essere professionisti di qualità. Il lavoro non ci mancherà mai e il tipo di contratto che ci connetterà con i nostri clienti o datori di lavoro sarà solo un dettaglio.

Gli studenti che affrontano gli studi con questa mentalità, ovvero più che studiare pensano ad un futuro posto di lavoro, si sfideranno ogni giorno con domande potenzianti: “cosa voglio realizzare?” e, per farlo accadere, “cosa mi serve imparare?”, “con chi lo vorrò realizzare?”. Non c’è fretta, e le risposte piano piano arrivano.

Questa non è utopia. Ho provato alcune delle emozioni più forti quando ho visto persone in serie difficoltà smettere di accontentarsi e prendere in mano la propria vita con un’ispirazione da seguire, una visione del futuro e un progetto da realizzare.

Se vogliamo siamo tutti imprenditori, cosa ne pensate?

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Per approfondimenti:

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